Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio
di Pasquale
Il 15 ottobre si è svolto a Norcia un convegno organizzato dal presidente del senato, Marcello Pera ed intitolato: “Libertà e laicità. A Cesare e a Dio“. Il convegno ha ottenuto la benedizione del papa Benedetto XVI il quale ha richiamato “i valori fondamentali della persona umana, valori rinviabili direttamente a Dio, mentre le realtà temporali si reggono secondo norme loro proprie“.
Contemporaneamente la domenica 16 ottobre nelle chiese si leggeva un brano di vangelo che riportava la domanda fatta da farisei ed erodiani a Gesù sul fatto che fosse lecito o no pagare il tributo a Cesare, da cui la risposta: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio!“
La domanda fa parte dell’istruttoria condotta dai capi del popolo prima del processo ufficiale che si concluderà con la condanna a morte di Gesù.
Vorrei tentare, entrando dentro il dibattito, di offrire un contributo che mira soprattutto ad eliminare quelli che credo essere stati equivoci se non addirittura inganni.
Di fronte alla risposta di Gesù sembra che nella persona umana ci siano due aspetti: uno riguarda lo stato, l’altro riguarda Dio. Ciò che è materiale, temporale appartiene alla sfera dello stato, della politica e deve sottostare al potere di turno, giustificando in qualche modo qualsiasi tipo di politica; ciò che è spirituale appartiene a Dio; il che rischia di voler dire in pratica che sulle questioni economiche, sociali è pertinente solo lo Stato e Dio non deve interferire, mentre a Dio sono riservate solo le questioni morali quali procreazione, aborto, morale sessuale…
Forse bisogna tornare al modo con cui Gesù è arrivato alla risposta.
Dopo aver espresso la sua indignazione per la mancanza di sincerità con cui la domanda gli è posta, chiede di vedere la moneta del tributo. Una mano gli porge una moneta che porta in sè un’immagine ed un’iscrizione; alla richiesta da parte di Gesù di sapere a chi si riferissero, gli viene risposto che rappesentavano Cesare.
E’ di fronte a quella mano e a quella moneta che Gesù dice: “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio!“
Cioè, sia la parte che spetta a Dio sia quella che spetta a Cesare passa attraverso ciò che si ha nella mano!
In quella moneta c’è un’immagine ed un’iscrizione che nel loro significato sono inequivocabili: si riferiscono a Cesare, uno che per permetterti di aver in mano quella moneta ti ha costretto in schiavitù e si fa garante del suo valore con un sistema economico basato su ingiustizie e violenza!
Nel capitolo 44 del profeta Isaia si legge: “Questi dirà: io appartengo al Signore, quegli scriverà sulla mano: io sono di Dio!“
Non si può certo leggere questo guardando quella moneta!
Tutto ciò che teniamo nelle nostre mani esprime un’appartenenza. Non si può tenere in mano una moneta che è segno d’appartenenza ad un potere che schiavizza, che si basa sull’ingiustizia e che si mantiene con la violenza e poi pensare di accontentare Dio con una morale astratta ed esclusivamente privata, come se Dio si interessasse solo del privato mentre il pubblico, nello specifico l’uso del denaro, è una faccenda dello stato.
Di lì a poco Gesù prenderà nelle sue mani un pezzo di pane e vi leggerà tutt’altra iscrizione: dirà che quel pane è dono di Dio e frutto del lavoro dell’uomo e che per mangiarlo non si deve affamare nessuno, perchè ogni uomo ha diritto al pane che dà forza alla vita, come all’olio che fa brillare il suo volto e al vino che rallegra il cuore.(sal.104)
Non è un caso, forse, che quel pane col tempo abbia assunto sempre di più l’aspetto di una moneta!
La “moneta” che si tiene in mano è espressione di libertà o di schiavitù, di solidarietà o di sopruso, di relazioni gratuite o di violenza: c’è scritto sopra!
Quindi se la nostra economia affama è un’economia d’ingiustizia, di violenza e va rinnegata, senza alibi.
Oggi, qualcuno, a mio avviso con la stessa malizia ha posto un problema simile dicendo che non è lecito pagare allo stato le tasse sui beni commerciali, “connessi a finalità di culto” perchè quelli sono di Dio!
Vorrei sapere da chi si trova nelle mani quel denaro frutto di una palese complicità d’interessi, a chi ha venduto la sua libertà e se per caso, quel denaro non produca forme di disparità.
Quale immagine di Chiesa emerge e come può corrispondere a quelle parole del Concilio: “La chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile, anzi ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza dovrà rinunciare anche all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti“?
Che almeno sia reso pubblico in ogni comune chi usufruirà di questi privilegi perchè ciascuno possa trarre le dovute conseguenze!