Korogocho
Siamo arrivati a Korogocho al mattino presto, intorno alle sette e trenta per essere in tempo per la messa delle otto. Quella città nella città era però già sveglia e a pieno ritmo. Abbiamo lasciato la macchina nel cortile di una chiesa, poco dopo aver abbandonato la strada principale ci siamo incamminati a piedi per un percorso di alcuni km. La strada era mediamente larga e percorsa dei matato rumorosi. Ai lati due larghi fossati, o meglio, due larghe fogne, oltre le quali erano state costruite casette, negozietti, e qualche scheletro di palazzo in muratura, colorato dalla biancheria stesa e reso vivo dalle vocine dei bimbi che si affacciavano ad ogni piano gridandoci “How are you” o meglio parole a caso dal suono più o meno simile. Direi..parole in libertà.. qualche bimbo ci infilava dentro qualche “r” in più o una “l”, assomigliando di più a quello che poteva pronunciare un bimbo cinese. Un coro allegro e divertentissimo che ci ha accompagnato sia all’andata che al ritorno. Bimbi che in coro, come una filastrocca o un coro che sbucavano da ogni parte, da ogni vicolo e da ogni baracca. Coperti da vestiti trucidi, scoloriti, ma dagli occhi vivi e i sorrisi brillanti.

Più ci addentravamo più lasciavamo la strada asfaltata per quella battuta, le montagne di rifiuti aumentavano e l’aria si faceva sempre meno respirabile. Le baracche diventavano più fitte, i vicoli più stretti, le fogne più numerose, le strade più affollate e l’aria grigia dal fumo dei fuochi accesi dalle donne per cucinare. Qualche bancarella che vendeva qualche verdura e qualche oggetto recuperato dalla discarica. Tantissimi bimbi in giro, a giocare, a correre con tutta quella vitalità che giusto in un bimbo sereno si può trovare. La strada principale si faceva sempre più stretta e più scura e più popolata, ma dai lati si ramificavano numerosissime stradine, a volte chiuse da una specie di cancello in lamiera. Per ogni strada nel centro un solco profondo dove defluivano i liquami. Passata la primary school intitolata a Daniel Comboni (notorio fondatore dell’ordine dei comboniani) si distendeva alla nostra destra un alta recinzione che delimitava un cortile, con la chiesa, la scuola e la nursery. Un grande campo sportivo e la chiesa ad anfiteatro (in discesa) fatta con i gradoni in cemento e il tetto di lamiera. Tutt’attorno la lamiera colorata e disegnata tentava di coprire la vista della discarica che si distende a perdita d’occhio, come una collina panciuta sopra cui volavano enormi uccelli. Quando cambia il vento l’aria diventa improvvisamente irrespirabile, o se possibile ancora di più.
Visi, sguardi, mani incrociate, testine accarezzate e sorrisi, tanti sorrisi e tanta serenità e tanto coinvolgimento.. la sensazione più forte è quella di serenità. Camminavo in quei vicoli consapevole e coccolata da quel contesto. Ho sentito la profondità del mio respiro, come quando torni ad essere completamente a posto con il mondo, ma soprattutto con te stesso. In un attimo tutte le ansie e le paure quotidiane si sono allontanate lasciando spazio ad un equilibrio ed una serenità che ricordo d’aver trovato solo in occasioni simili nella mia vita.. avevo il cuore aperto e sento d’aver ricevuto tantissimo..dalle manine di quei bimbi, dal futuro incerto, per non dire senza futuro, dall’amore che trasudava dalle persone incontrate, dalla cura incondizionata con cui ci si prende cura del proprio fratellino.. dalla speranza di padre Daniele. Povere solo per la mancanza di una bella casa, Ancora una volta quel luogo comune che vuole rappresentata l’Africa da una donna piangente con un figlio morente tra le braccia risulta essere falsa. Forse è questo che stupisce.. che con così tanta miseria, povertà, degrado, ingiustizia la gente sopravviva comunque. Perché qui si vive. Si vive, si respira, si ama in una forma che forse noi non comprendiamo. E si lotta, in un modo che noi non conosciamo e non capiamo.
Così mi spiace, e mi scuso per essere tornata in quel luogo fitto e intenso su un pulmino delle Nazioni Unite scortato dalla polizia. Mi spiace e mi scuso per aver guardato quel modo di vivere da un piedistallo troppo alto, fatto solo di parole formali e burocrazia distante. Mi spiace e mi scuso, per non aver trovato Khatrine,la bimba che mi ha dato lezione di giochi con la camera d’aria della bicicletta, tra quella folla infinita di bimbi e di occhi grandi, e mi spiace, ma ringrazio, per essere entrata di straforo in quella classe disturbando la lezione, e mi scuso per non essermi seduta come avrei voluto in uno di quei piccoli banchi e assistendo con loro alla lezione.. mi spiace e mi scuso se talvolta l