Tra “dico” e pedofilia
di Pasquale
E’ un pò di tempo che si parla di coppie di fatto: c’è stata una grande manifestazione a Roma in difesa della famiglia, dei valori cattolici della famiglia, soprattutto per rendere impossibile l’esistenza di coppie di fatto e tanto meno omosessuali.
E’ un pò che si parla di pedofilia, soprattutto riguardante i preti: è di questi giorni la polemica su un video della BBC che la Rai ha trasmesso.
Parlando delle coppie di fatto si vuole difendere il diritto naturale, come unico in grado di dare un’immagine di quello che si chiama l’amore di Dio per l’umanità!
Ma quando l’amore fra due persone è segno dell’amore di Dio?
C’è una storia nel vangelo: Gesù doveva recarsi in Galilea: non prese la strada dritta, ma deviò, sconfinando in terra di gente che nel giudizio del suo popolo aveva fama di razza religiosamente bastarda. Si fermò ad un pozzo a Sicar; l’aveva scavato Giacobbe 1000 anni prima, era l’ora più calda del giorno. Arrivò una donna e tra i due si intreccia un dialogo profondo e intriso di tenerezza. Si parla molto di sete, di acqua fino ad una domanda quasi imbarazzante: Gesù le chiede di andare a chiamare suo marito e lei risponde di non avere marito… ne aveva avuti cinque!
La domanda di Gesù non è impertinente, ma, considerando il contesto e che nella bibbia il rapporto tra Dio e il suo popolo era sempre stato rappresentato dalla relazione tra un uomo e la sua sposa in quella domanda vuole chiederle quale religione sta praticando ora visto che tra la sua gente si erano succedute e mischiate cinque religioni. Di qui si comprende la successiva domanda della donna sul dove si deve allora adorare Dio: a Gerusalemme o sul monte Garizim. Di qui la bellissima risposta di Gesù: nè qui nè là, “ma i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità!“.
Leggendo questo racconto in un matrimonio ho pensato che la domanda potrebbe essere espressa in altri termini oggi: qual’è il vero matrimonio, quello che veramente rappresenta l’amore di Dio per gli uomini? è quello che si celebra in chiesa, quello civile, quello delle coppie di fatto, quello eterosessuale, o quello tra omosessuali? … io penso quello dove due persone si amano…si parlano!
“Pacs” e “dico” ancora non esistono eppure la famiglia è in processi di rapida evoluzione e a volte di sofferenza. Non è un rimedio costruire intorno all’albero che intristisce muretti di protezione, quasi bastasse un muricciolo a rinverdire le foglie e non acqua viva!
A rinverdire la vita potrebbe essere una chiesa mai stanca dell’umanità, una chiesa che parla sottovoce, una chiesa che non invade le coscienze…
L’altro argomento che oggi si dibatte riguarda la pedofilia e soprattutto quella che coinvolge i preti. Scandalizza l’ipotesi che si possa vedere un documento che evidenzi come questo problema dalla gerarchia della chiesa sia sempre stato tenuto nascosto.
Viviamo in una società in cui ruolo ha il sopravvento sull’essere semplicemente uomini. Il prete ha una vocazione è questa gli dà privilegi, potere, prestigio, immagine per cui non sono ammesse debolezze e gli scandali devono essere messi a tacere.
Il prete è sostanzialmente diverso dagli altri, il celibato lo mette al di sopra dei laici. Viene messo su un piedistallo.
Il clericalismo, se non è la causa di molti problemi, rischia di produrli per difendere la vocazione!
Mi chiedo a questo punto cosa sia la vocazione? Forse solo una maschera per nascondere che dietro una certa educazione c’è il bisogno di creare una casta pronta ad obbedire in maniera acritica e di conseguenza va poi sempre difesa come i militari anche quando sbagliano.
Si è sempre detto che la vocazione è una chiamata che Dio rivolge a tutti uomini e donne da sempre e per sempre: tutti siamo dei chiamati. Ma la realtà ci dice che due terzi dell’umanità hanno problemi di pura sopravvivenza: come procurasi acqua potabile, pane, medicine, cultura, e un pò di affetto…non resta loro molto tempo da dedicare ad una eventuale vocazione, chiamata o missione! A meno che la vera vocazione non sia quella di avere pane, acqua, salute amore…
La prima preoccupazione di Dio per l’umanità è stata quella di fare in modo che l’uomo avesse di che nutrirsi e qualcuno da amare e da cui essere amato. Mi pare che molti problemi si pongano perchè non si vuole accettare ciò che di più elementare è la vita: pane e amore.
Questo in modo particolare fa parte dell’educazione impartita al prete. Ho visto il film di Saverio Costanzo “In memoria di me”. La sala del S. Biagio era piena, ma qualcuno che l’ha visto mi ha detto di non aver capito niente, forse perchè l’educazione che viene impartita nei seminari è così assurda che risulta incomprensibile. Quel film, nei dialoghi più che nelle immagini riflette una educazione che da secoli è impartita ai futuri preti.
Non basta oggi solo condannare occorre anche avere il coraggio di non accettare più un prete che svolga questo compito come un ruolo che lo relega ad una casta frustrando quella che è la natura stessa dell’essere umano. Ho visto preti morire soli, ho visto preti alcolizzati: ma quando la natura non è rispettata si ribella come in tutti i campi.
Per fare un prete non c’è bisogno del seminario: ci vuole semplicemente una comunità che cerchi di camminare nella fede, secondo lo spirito del vangelo, sforzandosi di ascoltarlo e metterlo in pratica. Una comunità dove ogni persona possa crescere, studiare, lavorare, amare…e se sarà necessario che qualcuno svolga il compito di responsabile; se la comunità glielo chiede e lui ( o lei) accetterà sposato o non sposato che sia e senza vincoli di questo genere, verrà incaricato di fare il prete.
Non è solo una questione di gerarchia, ma è soprattutto responsabilità del popolo che preferisce sempre di più avere a che fare con dei ruoli che con delle persone: è più facile gestirli, servirsene, giudicarli, condannarli e infine scaricarli…
Il mio vuole essere solo un piccolo contributo in un contesto come può essere la nostra città, la nostra chiesa di Cesena. Un contributo senza pretese, sottovoce, nato dall’esperienza mia personale e dalle storie che ho incontrato e dalla nostalgia di un Gesù che lungi dal condannare e giudicare, metteva sorprendentemente in cammino: “alzati” diceva “e cammina”. Di un Gesù che, anzichè parlare dalle cattedre o proporre strategie dall’alto amava sconfinare, ascoltare storie, guardare volti…