di Pasquale
“Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita… ” Incomincia così un racconto che si legge nel vangelo in questo tempo di quaresima.
Gesù lo guarisce: ma era di sabato… scatta subito un processo. Ci sono dei giudici, dei testimoni, e il cieco, convocato come parte lesa! L’imputato è assente! Nessuno convoca Gesù e lui resta fuori.
Finchè quell’uomo cieco se ne “stava seduto a chiedere l’elemosina“, non era un problema, tutti lo compativano e lo aiutavano , ma quando si alza in piedi e comincia a vedere che ci sarebbe una prospettiva nuova per la sua vita diventa un estraneo, si fa fatica a riconoscerlo, anche i suoi genitori prendono le distanze. Lo si vuole convincere a proclamarsi parte lesa e condannare il suo guaritore perchè avrebbe fatto del fango e dopo averglielo spalmato sugli occhi, gli avrebbe chiesto di andarsi a lavare! Sono cose che di sabato non si fanno!!! Mentre per i processi e le condanne non ci sono limiti. Si trova solo a difendere una identità e una libertà che non aveva mai sperimentato! Ma non può rinunciare più a ciò che ha visto: “io, sono io e non voglio più essere un mendicante che se ne sta seduto senza speranza!…“. Dopo tre gradi di processo la sentenza: non vuoi restare al tuo posto, non vuoi riconoscere come peccatore quell’uomo che ti ha guarito: “Fuori dalla sinagoga!“ Questa società che ti ha sempre sostenuto, aiutato finchè eri cieco, adesso che ci vedi e ti rifiuti di accettare le sue regole ti caccia fuori! Diventi straniero, senza più diritti!
E fuori ritrova Gesù, dove lui era rimasto, il quale gli chiede non se si sentiva peccatore, ma se credeva nel figlio dell’uomo, cioè se credeva che l’uomo dovesse essere libero e potesse essere se stesso senza rassegnarsi al ruolo, di chi sta “seduto” il ruolo che la società gli riservava.
Tutta la quaresima, questo tempo che prepara alla Pasqua è impostato sull’immagine del “fuori”. Il primo ad andare fuori fu Abramo quando “partì dal suo paese, dalla sua patria, dalla casa di suo padre…” poi fu la volta degli Ebrei quando fuggirono dall’Egitto.
Quando nella terra in cui vivi, nella cultura in cui sei cresciuto non è più possibile essere se stessi, è necessario fuggire!
Ma è Gesù che ha fatto del “fuori” una dimensione costante della sua vita. Nasce fuori casa, subito sarà costretto a fuggire in Egitto. Adulto sarà costretto a fuggire dal suo paese, Nazareth perchè i suoi concittadini volevano buttarlo giù da un precipizio: pretendeva “libertà per tutti gli schiavi, gioia per tutti i poveri…“!
La situazione si farà drammatica quando avrebbe voluto dare tutto di sè. Faceva la Pasqua coi suoi amici, parlò molto con loro: il tono era di addio. Parlava di vita, di amore: diceva che l’amore non è un sentimento, ma è il coinvolgimento di tutto il proprio corpo, diceva: “è come quando si prende un pezzo di pane , lo si spezza poi lo si mangia inseme, così è quando si ama; uno vorrebbe dare all’altro il proprio corpo da mangiare“. Diceva: “non c’è amore diverso da questo: dare il proprio corpo…“
Ma è proprio in questo momento che si scatena tutto quello che è l’opposto dell’amore: il tradimento, il rinnegamento, la violenza…
E allora a Gesù non resta che la fuga: una fuga che si esprimerà innanzitutto nel silenzio. Da quel momento non parla più, pochissime parole usciranno dalla sua bocca! La sua stessa morte e il sepolcro diventano segno di questa fuga per salvare la propria identità.
Quando si parla di fuga si pensa spesso a quella di Adamo, quando sentì i passi di Dio e andò a nascondersi: una fuga dettata dalla paura. Ma per Gesù la fuga è una scelta! La scelta di restare “fuori“. Non si porrà mai sul piano in cui vorrebbero portarlo i suoi avversari, come non partecipò al processo di quel cieco…E la sua morte anche se potrebbe sembrare una sconfitta è in realtà un vero esodo. E’ un andare a rinascere altrove! Diceva Mons. Romero: “Potrete uccidermi… rinascerò nel popolo!“.
Alla donna samaritana dirà di fuggire dalla religiosità del monte Garizim, come da quella del tempio di Gerusalemme che l’hanno resa più sola, ma di cercare quella libertà che solo la verità della sua coscienza poteva darle. Al cieco chiede di uscire dalle trame della sinagoga, che con le sue tradizioni e regole aveva perso di mira la bellezza della vita, vista coi propri occhi. A Lazzaro chiede di “venir fuori” dal sepolcro… Credo che oggi il Vangelo, annuncio di gioia e di libertà debba liberarsi da questa cultura che lo ha imbrigliato e fuggire in altre terre. Credo che anche la politica debba trovare un suo “fuori“… dove le persone hanno di mira il bene di coloro che da soli non possono neppure vederlo!
Quello di Gesù sarà sempre un invito alla fuga, al viaggio, alla libertà verso un luogo che non esiste geograficamente, ma che ha delle caratteristiche molto chiare e semplici: è un luogo dove si guardano le persone non per mantenerle in schiavitù ma per aiutarle ad alzarsi, aprire gli occhi ed essere se stesse. Dove le persone non sono oggetto di accuse, ma interlocutori dai quali ci si lascia interrogare.
Mi piace pensare a quel Dio che guardando un mondo avvolto dalle tenebre e senza vita lo illuminò col suo sguardo e fece vinire alla luce un universo pieno di vita… quel Dio non può smentirsi e continua a guardare… ma ci aspetta “fuori!”.