XI domenica del tempo ordinario - 13.06.2021

Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. (Mc 4,26-34)

Con il quarto capitolo inizia in Marco una sezione molto intensa e densa di parole, in una forma che è quella parabolica e che solo ingenuamente può essere interpretata come il modo semplice e universale di parlare di Gesù per tutti , affinché sia facilmente compreso. Proprio qui si dice che il parlare in parabole è quasi, paradossalmente un velamento del regno, qualcosa per quelli di fuori, ben diverso dall'insegnamento privato ai discepoli.

Che Gesù fosse uno strano personaggio, vi sono vari indizi a suggerirlo: "con la gente parlava in parabole, ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa".

Sembra un fare da cospiratore che avvalora l'ipotesi che Gesù, consapevole di quanto la buona novella avesse un che di sovversivo, in pubblico non parlava chiaro. Non a caso aggiungeva: "chi ha orecchie per intendere, intenda".

Il cambiamento dello stato presente delle cose, che pare non dovesse piacergli, lo chiamava Regno di Dio!

La parabola, quindi, non va liquidata come un racconto sempliciotto e accessibile per la gente umile, essa è piuttosto un modo per dire il mistero del regno di Dio. Due piccole parabole (il grano che spunta da solo, il seme di senape): storie di terra che Gesù fa diventare storie di Dio. Con parole che sanno di casa, di orto, di campo, ci porta alla scuola dei semi e di madre terra, cancella la distanza tra Dio e la vita. Siamo convocati davanti al mistero del germoglio e delle cose che nascono, chiamati «a decifrare la nostra sacralità, esplorando quella del mondo» (P. Ricoeur). Nel Vangelo, la puntina verde di un germoglio di grano e un minuscolo semino diventano personaggi di un annuncio, una rivelazione del divino (Laudato si’). Chi ha occhi puri, come quelli di un bambino, può vedere il divino che traspare dal fondo di ogni essere (T. De Chardin).

È commovente e affascinante leggere il mondo con lo sguardo di Gesù, a partire non da un cedro gigante sulla cima del monte (come Ezechiele nella prima lettura) ma dall’orto di casa. Leggero e liberatorio leggere il Regno dei cieli dal basso, da dove il germoglio che spunta guarda il mondo, raso terra, anzi: «raso le margherite» come mi correggeva un bambino. Il terreno produce da sé, che tu dorma o vegli: le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese (S. Weil), non dipendono da noi, non le devi forzare. Perché Dio è all’opera, e tutto il mondo è un grembo, un fiume di vita che scorre verso la pienezza.

Da sempre le scritture raccontano come un popolo poteva essere sovversivo, come rialzava la testa, nonostante l'oppressione.

- La sovversione, a Gesù, è stata insegnata da sua madre: "l'anima mia magnifica il Signore…perché è stata considerata la bassezza della sua serva, con il suo braccio ha disperso quelli che erano superbi ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi…"

Si tratta di un vero e proprio rovesciamento: le categorie bibliche dell'ultimo che sarà primo e viceversa; del più piccolo che sarà grande; di un granello di senape che diventa albero in grado di ospitare tutti. E' logica di totale rovesciamento: il nascosto che diventa un paradigma rivoluzionario, cioè capace di rovesciare la vita e i suoi idoli. E' la logica delle beatitudini: i poveri che portano avanti il progetto del Regno di Dio …i miti, gli unici ad avere diritto alla terra, per la loro leggerezza e per il loro non occupare posto…

Allora vivere rovesciati significa vivere nelle profondità della vita, là dove la realtà si sente palpitare, dove ha il suo senso più bello più vero, dove tutto può nascere e rinascere ancora. Il rovescio è il dentro, il contrario di ogni superficialità della vita.

il piccolo granello di senape è la coscienza. Chi vive secondo coscienza, questi sta preparando il futuro. Nessuno può pretendere di cambiare la situazione se non intraprende un viaggio interiore nel rovesciamento della propria mentalità, nel modo di stare al mondo e di immaginarlo. Ciascuno sovverta l'ordine e lo renda ordito! ( A. Potente)

La incrollabile fiducia del Creatore nei piccoli segni di vita ci chiama a prendere sul serio l’economia della piccolezza ci porta a guardare il mondo, e le nostre ferite, in altro modo. A cercare i re di domani tra gli scartati e i poveri di oggi, a prendere molto sul serio i giovani e i bambini, ad aver cura dell’anello debole della catena sociale, a trovare meriti là dove l’economia della grandezza sa vedere solo demeriti. Il Vangelo sogna mietiture fiduciose, frutto pronto, pane sulla tavola. Positività. Gioia del raccolto.

"Il rovesciamento del pensiero si compie con l'esperienza.

Il rovesciamento della visione si compie con il riconoscimento delle differenze.

Il rovesciamento della retorica politica si compie con la poesia.

Il rovesciamento del monopolio della parola si compie con la narrazione di tutti.

Il rovesciamento della superficialità si compie ostinandoci in direzione contraria verso il dentro.

Il rovesciamento dell'immagine divina si compie nei corpi". (Antonietta Potente)

Pentecoste - 23.05.2021

Dagli Atti degli Apostoli - At 2, 1-11

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti erano stupefatti e perplessi e si chiedevano l'un l'altro: "che cosa significa questo?". Altri invece li deridevano e dicevano:"si sono ubriacati di vino dolce!".

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15, 26-27; 16, 12-15

- In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

- "Stava compendiosi il giorno di pentecoste… un vento riempì tutta la casa".

C'è in questa festa un senso di compimento, di pienezza. Pentecoste: festa del raccolto! E' il raccolto di una vita.

Una vita che riempie la casa, come il profumo che una donna versò sul capo di Gesù e "riempì tutta la casa". Come quelle giare al matrimonio di Cana riempite fino all'orlo, come la vita di Gesù quando sulla croce raggiunse il suo compimento: "tutto è compiuto" e da lui uscì lo Spirito, una vita donata completamente e "riempì tutta la faccia della terra!".

E tutti coloro che erano nella casa sono scaraventati fuori, come Gesù fu scaraventato fuori dal sepolcro dal profumo che le donne portarono il mattino di pasqua per ungerlo. E' il tempo del raccolto, del parto, una vita che spinge per uscire!

- Ci sono venti di violenza, di ingiustizia, che dovrebbero spingerci ad uscire nelle piazze e gridare, come ubriachi le grandi opere di Dio: e l'opera di Dio è la pace, è la relazione, è il dialogo, è la festa: una festa che nasce dal capirsi…

Ma invece che andare in piazza, abbiamo blindato ancora di più le nostre case, impedendo a questi venti di entrare. Bisogna dare aria alle nostre case, alle nostre vite…solo un vento impetuoso può togliere la polvere dalle nostre parole ormai vuote, stanche, sterili…Le nostre parole non danno più respiro, e la vita di tante persone non respira…"non posso respirare", son state le ultime parole di George Floyd.

"La più amara inondazione della terra sono le lacrime della povera gente,

lacrime silenziose e segrete.

Acqua e sangue che gonfiano i fiumi di tutti i paesi.

Impossibile che non succeda l'evento, impossibile che non debba accadere!

Fede è ribellarsi, fede è rompere le catene, credere è fare giustizia".

(Davide Maria Turoldo)

- C'è solo una cosa che oggi fa respirare la vita sulla terra:

la speranza dei poveri e dei miti : il loro respiro! Questo è il respiro del mondo!

Sono loro la spinta più grande verso un continuo rinnovarsi della terra e dell'umanità.

"Apparvero lingue come di fuoco…". E il primo effetto fu di "cominciare a parlare…" ciascuno comprendeva la lingua dell'altro, frutto di un nuovo modo di guardare l'altro, di affacciarsi alla vita dell'altro, di rispetto di fronte all'altro. La lingua di Pentecoste è parola di libertà; non ci appartiene, come il vento!

- Quante lingue si parlano!? Ci sono una infinità di idiomi; c'è la lingua del corpo, dei segni, della fantasia, del cuore; c'è la lingua delle religioni, delle culture, dell'arte: teatro, pittura, poesia; c'è la lingua dell'amore, del dolore; c'è la lingua della natura, dell'universo…c'è la lingua di Dio!

Perché queste lingue possano parlare, bisogna fare silenzio, dare loro respiro. Respirare e far respirare sembra essere uno degli esercizi più urgenti e insieme meno praticati. Le nostre parole, le nostre istituzioni, le nostre iniziative, danno o tolgono respiro?

Se c'è rispetto di ogni lingua ci si capisce. Ci si capisce quando ognuno ha la possibilità e la libertà di esprimersi con la propria lingua. Non ci si capisce quando si vuole imporre a tutti una sola lingua, come successe a Babele! Se vogliamo creare paura, confusione, la strada è quella dell'imposizione di un'unica lingua, di un'unica fede, di un'unica cultura.

Una parola, poi, per essere capita deve essere viva, non basta che sia vera. "E' vero che Dio ha detto…" dice il serpente ad Adamo ed Eva! "Che cos'è la verità", chiede Pilato a Gesù, quando bastava guardarla, non cercarla. Il serpente e Pilato, con la scusa della verità generano morte!

Un parola comunica se è viva, una verità senza essere viva non parla. Io posso non capire un linguaggio, ma sento pienamente se è vivo o vuoto. Tanto che coloro che parlavano sembravano ubriachi, cioè parlavano con tutto il corpo. Spesso facciamo le cose per inerzia, senza metterci il cuore, senza passione, senza anima...In questo senso il teatro, in cui protagonista è il corpo, potrebbe essere il linguaggio più vivo...

E allora tutti in piazza per una festa abitata da un'ebbrezza, da colori, da canti, da danze e ogni uomo, ogni donna, ma anche tutto il creato parli nella propria lingua, nella sua irriducibile diversità…"del tuo Spirito Signore è piena la terra!".

Festa dell'Ascensione - 16.05.2021

Dagli Atti degli Apostoli

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».

Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Dal Vangelo secondo Marco

- In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

- Dopo aver parlato, Gesù fu elevato in alto, in cielo, sedette alla destra di Dio, e una nuvola lo sottrasse al loro sguardo…

Con queste parole viene descritta quella che noi chiamiamo ascensione di Gesù al cielo…Luca la colloca 40 giorni dopo la pasqua, numero e tempo simbolico per indicare come questo fatto implichi un passaggio: si passa da una vita ad un'altra vita, da una dimensione ad una dimensione diversa. Occorre distinguere quello che l'evangelista dice da come lo dice. Quello che dice è parola di Dio e questa è valida sempre; come lo dice dipende dallo stile dell'epoca.

In questo brano si vede chiaramente la distinzione tra quello che l'autore vuol dire e come lo dice. Dice che " fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio". Quell'uomo condannato come bestemmiatore è stato da Dio elevato alla sua stessa condizione, stessa dignità!

E lo dice usando un linguaggio congeniale a quel tempo.

Il cielo , non significa l'atmosfera, ma la dimora di Dio e "sedere alla destra" vuol dire essere sullo stesso piano. Quel Gesù condannato e ucciso, Dio non lo ha lasciato cadere nel vuoto, ma lo ha accolto fra le sue braccia conferendogli gli stessi suoi poteri.

Il cielo è quel respiro, quel soffio che Dio donò all'uomo, quando questi divenne una persona vivente. Il cielo è la parte più profonda di ogni essere vivente, è quel luogo dove vorremmo far posto alle persone che amiamo…è quel luogo nel cuore delle persone dove vorremmo trovare posto per noi.

Per tutta la vita, Gesù, ha cercato di trovare un posto nel cuore delle persone e fare un posto nel suo cuore perché tutti potessero trovare pace.

La strada che ha percorso è stata quella della povertà. Non si può essere elevati al cielo se si è troppo pesanti. Per salire al cielo occorre essere liberi e leggeri, poveri di tutto tranne che dell'amicizia. Un povertà che ha visto la sua massima espressione quando fu elevato sulla croce. La croce fu il vero momento della sua ascensione. Luogo sul quale fu elevato "dopo aver parlato".

"Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli".

Allora una nuvola lo sottrasse al loro sguardo! Ricorda quella nube luminosa che avvolse con la sua ombra Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor il giorno della trasfigurazione, come anche la nube che guidava gli ebrei nel deserto o che coprì con la sua ombra, Maria,li alle parole dell'angelo. Quella nube è il simbolo della difficoltà a conciliare le parole con la realtà, il Regno di Dio con la croce. Dalla nube esce sempre una voce: la nube parla, la nube è la parola difficile da credere…"come è possibile…" dirà Maria…Come è possibile - continuiamo a pensare noi - una vita oltre la morte?

La nuvola rappresenta tutta la difficoltà che siamo chiamati a compiere per vedere al di là di quella povertà con la quale Gesù si è manifestato e ha rivelato il volto di Dio, la dimensione più profonda della vita.

"Questi saranno i segni che accompagneranno coloro che credono: Scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, se berranno qualche veleno non recherà loro danno, imporranno le mani e questi staranno bene…" Tutte immagini delle forze che ci assediano, delle difficoltà che ostacolano il nostro cammino. Non sono tanto i segni che fanno accedere alla fede, ma il contrario: è la fede che dona di vedere la Parola che si compie e opera cose incredibili.

Se vi coinvolgerete sul sentiero di Gesù, potrete cacciare il demone dell'angoscia, prendere in mano i serpenti, cioè guardare in faccia le vostre paure, i vostri sensi di colpa, potrete guardare senza panico i poteri che mordono e avvelenano, senza diventarne vittime, senza soccombere.

- La partenza di Gesù porta alla partenza dei discepoli a predicare il vangelo a tutte le creature, annunciare la verità di ogni cosa. Dio non si allontana dalla vita degli uomini, ma li accompagna sempre, così il Signore Gesù "agiva insieme a coloro che predicavano", confermava la parola con i segni che l'accompagnavano.

- "Tutte le cose dell'universo hanno il loro Spirito. Quante cose ci sono nell'universo? tante, ma proprio tante. ci sono le montagne, ci sono i vulcani, ci sono i fiumi e le fonti, le piante e la sabbia del mare e ogni goccia delle acque del mare...

Quante cose ci sono nell'universo!

Allora dovete sapere che ogni cosa ha il suo Spirito. Lo Spirito dell'universo scivola tra le foglie del bosco, si fa largo fra le acque, vola nel vento... in tutte le cose della natura c'è lui... a volte appare, ma non ha forma... quando qualcuno viola le leggi della natura, quando qualcuno abusa delle cose, quando qualcuno taglia gli alberi per rubare l'ossigeno, quando qualcuno brucia piante e cespugli sulle montagne per farle franare, quando qualcuno non ha compassione del fratello...allora appare lo Spirito delle cose, il custode della vita, colui che giudica la condotta degli esseri umani..." (Rigoberta Menchu)

La misura della verità, identità di ogni cosa è colui che sta alla destra di Dio. Quell'uomo, elevato sulla croce che tornerà sempre allo stesso modo, si ripresenterà sempre avvolto da quella nube, la sua parola si scontrerà sempre con la realtà…si tratta di vivere l'attesa…attendere l'adempimento della promessa del Padre. A volte abbiamo più l'aria di chi possiede che lo sguardo di chi attende.

"Penso al teologo che non aspetta Dio, perché lo possiede rinchiuso in un edificio dottrinale. Penso all'uomo di chiesa, che non aspetta Dio, perché lo possiede rinchiuso in una istituzione. penso al credente che non aspetta Dio perché rinchiuso nella propria esperienza.Non è facile sopportare questo non avere Dio, questo aspettare Dio…" (P.Tillich)

Resta il fatto di trovare una lingua nuova con la quale esprimere questa verità.

VI Domenica di Pasqua - 09.05.2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - 15,9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

- Era l'ultima cena. Aveva appena finito di lavare i piedi dei discepoli, aveva detto loro: "vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi". Dopo queste cose "si commosse profondamente".

Le parole che oggi ascoltiamo sono dentro questa commozione, la commozione di chi sta per passare da questo mondo al Padre e ha bisogno di lasciare un esempio, un ricordo, qualcosa di sé che rimanga. Non vuole che questa separazione lasci uno strascico di tristezza, ma il ricordo di lui sia sempre motivo di gioia, di una gioia piena, che neppure la morte può offuscare. Una gioia del genere è solo frutto dell'amore, di una vita che si è sempre sentita amata e che ha sempre fatto dell'amore la sua dimora, la sua linfa vitale. "Questo è il mio comandamento", Questo è proprio il suo di comandamento, "amatevi gli uni gli altri", è il suo perché il suo amore è soltanto il suo, non è un amore generico, ma il suo modo di amare:"amatevi come io ho amato…" Il suo amore non è paragonabile , riducibile a qualunque amore. Si tratta di rimanere in quell'amore, in quell'esempio, entrarci e starci sempre più dentro: dentro le sue parole, i gesti delle sue mani, lo sguardo con cui guardava le persone e le cose, quell'osservare con attenzione, come lui guardava. Guardare, osservare le sue parole , come si guardano i fiori del campo, gli uccelli del cielo. Purtroppo abbiamo costruito, elaborato tutta una serie di precetti da osservare, e abbiamo dimenticato o ridotto ad un precetto come un altro, questo "suo" comandamento dell'amore. Credo che Gesù di proposito abbia voluto usare il termine comandamento, che di per sé, è in contraddizione con l'amore: non si può comandare a nessuno di amare! Ma se Gesù ha usato questo termine, lo ha fatto per riportare la religione a quello che dovrebbe essere: rapporto di amicizia con Dio. Tutte le religioni propongono un rapporto con Dio, basato sull'obbedienza a dei precetti, su un servire Dio. Allora Gesù ci riporta a un rapporto con Dio, basato sull'amore e pertanto sulla libertà. L'amore senza libertà è pura finzione, come la libertà senza amore diventa presunzione e arroganza. "Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici". Solo questo può dare gioia! Uno cresce solo se amato e capace di amare!

" Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici". Eppure sembra che ci sia un amore ancora più grande di questo: dare la vita per i propri nemici. "Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?…Amate i vostri nemici!2. (Lc.6,32.35). Forse il motivo per cui parla di amici è questo: chi ama non ha più nemici! Gesù, quando Giuda accompagna le guardie per arrestarlo, non lo chiama traditore, ma "amico". Giuda rimane un amico anche se si comporta da nemico. A volte andiamo dietro alla mentalità che vede un nemico semplicemente nella persona diversa per appartenenza religiosa, etnica, o politica. Siamo debitori di un clima di paura, che identifica la diversità con il pericolo. Anche Pietro, come sentiamo nella prima lettura, identifica Cornelio come un pericolo, un nemico, ma una volta entrato in casa sua, nella sua vita, dirà:"veramente mi sto rendendo conto che Dio non fa preferenza di persone…". (Atti 10,34) Entrare e rimanere in una casa è il primo passo per superare l'idea del nemico. Il primo passo è resuscitare la parola "amico". Non vi chiamo più servi, ma amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio ve l'ho fatto conoscere. Resuscitare la parola amico allude alla libertà, alla fiducia, alla trasparenza…purtroppo nella chiesa non mi sembra che predomini la parola "amico", ma piuttosto la figura del superiore e del dipendente, chi comanda e chi deve obbedire.

Dare la vita, Gesù lo definisce un atto di amore e non un sacrificio. Chissà perché nella liturgia al "dare la vita" si è preferito "questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi!".

Motivo di gioia è solo l'amore, non il sacrificio.

...Come il Padre ha amato me… perché l’ Amore abita alle nostre spalle, costruisce soffi di vita, e permette alla nostra vita di respirare. L’amore abita sempre alle nostre spalle, noi viviamo perché abbiamo Amore alle spalle. Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. E l’uomo nasce e si sostiene proprio perché può fare continuamente memoria di tutto l’amore che ha ricevuto, di tutti quei gesti che sono diventati strada, percorso, di tutta quella vita che lo ha spinto fuori dalla solitudine, unica forza capace di esporci al futuro.

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore. Poi nell’Amore occorre rimanerci, prenderci casa, spesso anche imparare a resisterci, l'amore non è scontato. Come se la vita si divertisse a soffiare, vento contrario, contro i sogni e le speranze che ci hanno messo al mondo. Come se la vita soffiasse forte a voler portare via le speranze, i sogni, la semplicità, la gioia dell’infanzia… Rimanere chiede resistenza e esercizio di memoria.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la mia gioia sia piena. In gioco non c’è altro che la gioia. Che non è certo la pretesa di non soffrire ma il desiderio di sentire che la fede profonda nella vita è una fede ben riposta.

V Domenica di Pasqua - 02.05.2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Gesù aveva appena detto:"alzatevi, partiamo di qui!". Sta per avvenire una separazione, una partenza, ma sente il bisogno di mantenere un legame.

E Gesù a dire che non avviene una separazione o meglio che la vera separazione non è questa, non è quella della morte. Sembra di riascoltare la sfida del Cantico dei Cantici: "più forte della morte è l'amore". Sembra il massimo della separazione la morte. Ma Gesù, con l'allegoria della vite e dei tralci paradossalmente parla di vicinanza, d'intimità: l'uno nell'altro, i tralci nella vite. Sembra di riudire la prima pagina della Bibbia: ".....e i due -è scritto- uomo e donna, saranno una carne sola". Questa intimità che è superamento della distanza. "rimanete in me ed io in voi". Sono le parole che usa anche l'amore umano, parole che vanno a sottolineare l'importanza della relazione: al di là di tutto, al di là di ogni distanza. Non basta abitare sotto lo stesso tetto, così come non basta celebrare riti nella casa di Dio, l'importante è la cura della relazione, di questa dimora del cuore che ci permette di essere vivi e non rami secchi; i rami vivi li vedi germogliare e fiorire. Quei germogli e quei fiori dicono che sono inseriti in qualcosa di vivo. Ma se siamo secchi, avvizziti, senza cuore, senza pulsioni, senza dilatazione, se siamo secchi e diciamo di essere uniti a Dio, facciamo come se Dio fosse lui pure avvizzito, rinsecchito, inerte. "Rimanete in me ed io in voi". E alla fine: "se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto". Gesù ha la sua dimora in noi, se le sue parole hanno una dimora dentro di noi. Metti a dimora nella tua vita, nel tuo cuore le parole di Gesù e ci saranno germogli, e anche frutti, molti frutti.

- Rimanere: sette volte viene ripetuto.

All'inizio della primavera sui tralci potati affiora una goccia di linfa che luccica sulla punta del ramo. I contadini dicevano essere la vite che va in amore! Quella goccia di linfa mi parla di me e di Dio, dice che c'è un amore che sale dalla radice del mondo e mi attraversa, una vita che viene da Dio e sfocia in frutti d'amore.

Il vangelo di Giovanni era cominciato con due discepoli che cominciarono a seguirlo e dopo un breve, ma intenso dialogo: "che cosa cercate?" - "dove abiti?". - "venite e vedete". - andarono , videro e "rimasero" con lui.

Dimorare vuol dire entrare nella casa, nella vita di una persona.

Dimorare vuol dire accettare, amare una persona, ascoltarla, accogliere la sua storia, il suo modo di agire, di pensare. Forse possono raccontare questo solo coloro che fanno una esperienza di amore. Dimorare è più che abitare. si può abitare una casa come spazio esteriore, o come spazio di relazioni, di un intimo comunicare, un abitare pensieri, emozioni, sogni.

Quando hai dentro i sogni di una persona non te ne liberi più, e questi ti fanno vivere:"Ciascuno cresce solo se sognato!".

Primo modo di dimorare è ascoltare, accettare. Quello che l'altro dice per me diventa importante: vuol dire andare incontro alle sue esigenze, domande, richieste.

- "Se rimanete e le mie parole rimangono in voi, chiedete e vi sarà fatto…".

Se uno sa ascoltare, chiede all'altro, ciò che sa essere in suo potere dare.

Ma bisogna chiedere non pretendere e neppure aspettarsi di ricevere senza chiedere. Il desiderio di un dono si esprime col chiedere.

Allora si porta frutto: sei volte si parla del frutto.

Siamo al mondo non per mettere radici, ma per portare frutto.

- Preghiera di Oscar Romero

"Signore, per ogni uomo hai fissato un appuntamento d’amore.

Rendimi capace di non perderlo, di non rimandarlo,

di non arrivare in ritardo, di non renderlo vano.

Che io sia giovane o adulto, uomo o donna, poco importa.

Donami la misura del “come”.

Donami di amare senza misura.

Fa’ che io sappia mettermi in ascolto della tua Parola e della voce dei poveri,

perché possa uscire dal mio piccolo mondo e farmi dono per tutti.

Sono solo un filo d’erba tremante,

ma soffia sulla mia vita e strappami alla terra.

Non metterò radici, ma porterò frutti:

come te, come i martiri, come l’amore".

Per dare frutto bisogna rimanere, aderire fedelmente al Signore, alla sua parola. Restare, rimanere, perseverare, sono immagini estranee al nostro mondo in cui si fanno le cose per un momento, per un attimo, finché c'é la novità…nella parabola del seminatore, per indicare quelli che alla prima difficoltà si abbattono, si dice che sono quelli che vivono nel momento…

L'amore non è esperienza di un momento!

Il frutto della vite è il vino, un vino vero, capace di dare gioia, non un vino menzognero che ubriaca, senza dare gioia.

Il rimanere, l'ascoltare porta alla potatura, che è una liberazione da tutto ciò che non porta frutto. Nell'amore, nella relazione, ci si aiuta a tagliare ciò che è inutile e superfluo! Potare non significa amputare, significa dare vita. Rinunciare al superfluo equivale a fiorire! Il sogno di Dio non è la sofferenza, ma il molto frutto. Nessuna pianta sofferente porta buon frutto. Portare buon frutto con dentro il sapore di Dio, che ha il gusto di tre cose: amore, coraggio e libertà. Non c'é amore senza libertà, libertà senza coraggio. E amore, libertà e coraggio sona la linfa e i frutti di Dio in noi.

- "Se rimanete nella mia parola, siete veramente miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi". (Gv.8,31-32)

IV Domenica di Pasqua - 25.04.2021

Vangelo Gv 10, 11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

- Se c'è una cosa che preoccupa Gesù è la vita. Che sia abbondante: come è abbondante il vino, come è abbondante il pane…

La vita ha bisogno di spazi liberi, non di recinti. Il recinto è qualcosa che ti dà sicurezza, però ti toglie la libertà. Non siamo fatti per stare chiusi nel nostro recinto, ma per alzare lo sguardo, per guardare al di là del recinto. Non siamo fatti per alzare muri per non vedere, per mantenere le distanze, per non sentire. Siamo interpellati in prima persona da coloro che sono aldilà del recinto delle nostre case, delle nostre chiese, dei nostri gruppi.

Il pastore buono, bello, vero è l'uomo che riconosce l'assenza di cesura tra sé e il mondo. E' un uomo che sa la sua sorte essere strettamente legata alla sorte del mondo. Egli vive se le pecore vivono, egli riconosce questo ambiente come suo. Tra questo uomo e il mondo non c'è estraneità, ma reciproca conoscenza.

Il mercenario ha con il mondo(le pecore) un rapporto di estraneità. Il suo mondo è il mondo delle cose che si comprano e che si vendono. E' un mondo sfruttato e da cui si trae guadagno immediato, ma in questo guadagno è già iscritta la rovina sia del mercenario che del mondo. Arriva il lupo, irrompe la realtà, le pecore si disperdono, il mercenario fugge. Non c'è scampo né per il mercenario, né per le pecore. La reciproca estraneità porta alla distruzione e alla perdita di soggetto e contesto. Il rapporto originario, invece di pastore e pecore, di soggetto e ambiente consente l'apertura verso gli altri e anche verso l'Altro. Solo per l'uomo non separato dal mondo, per l'uomo non-merce, è possibile il rapporto con gli altri. Un rapporto basato sull'ascolto: "ascolteranno la mia voce". Ascoltare è la prima maniera di dire all'altro: "tu ci sei!".

Fuori dal mondo mercificato il dialogo tra diversi è possibile ed è possibile l'ascolto reciproco.. Un ascolto che si fa rapporto, ma mai conquista. Le cose veramente preziose non si possono comprare, rubare. Nessuno possiede mai quello che compra! I nostri desideri più profondi sono appesi alla libertà. Le cose che contano davvero sono poche, ma si riconoscono facilmente: sono quelle che rimettono al mondo, che fanno rinascere. Il gesto del pastore è il desiderio di un innamorato: entra nel recinto solo per spingere fuori il gregge. L'amore spinge fuori, partorisce vita…Ci sono altri recinti religiosi e non solo, dove sono racchiuse altre pecore. Il sogno di questo pastore, più forte di lui, è quello di liberare tutte queste potenzialità perché la vita sia buona, bella e vera per tutti!

E san Paolo: "Non per fare da padrone sulla vostra fede, ma per essere collaboratore della vostra gioia". (2Cor.1,24)

- OMAGGIO A GIOVANNI CATTI

- C’era un pastore, che aveva cento pecore’ Sono tante sono poche cento pecore? Sono tante? No, sono poche cento pecore. Perché? Eh, perché nel paese di Gesù i pastori ne avevano tante, di pecore: migliaia e migliaia. Abramo, che era un grande pastore del paese di Gesù, aveva trecentodiciotto uomini, a custodirgli tutte le sue pecore. Pensate, dunque, quante ne aveva! Invece questo pastore ne aveva cento, appena.

Poiché erano così poche, gli erano tutte care. Uno, che ha un milione di pecore, che se ne fa, se gliene muore una? Ma chi ne ha cento, ah, Vuol bene a tutte. Questo pastore voleva bene a tutte le sue; e le conosceva tutte, una per una; e le chiamava per nome: una era la Neretta, perché era tutta nera, come il carbone; l'altra la chiamava Ricciutella, perché aveva una lana ricciuta, bella bella. Ce n’era una, però, che era la più bella di tutte, proprio la più bella; bianca bianca come la neve, con una lana fina fina. La chiamava: la Bianchina.

Era bella, ma un po’ capricciosa. Ce ne sono tra voi, dei capricciosi? No, tra voi non ce ne sono... Le sue compagne dicevano: «Che cosa crede di essere? la regina?». E non la volevano neppure con loro; lei stava sempre vicina al pastore. Anche il pastore voleva bene alla Bianchina, e mangiava sempre vicino a lei; e le dava, a volte, un po’ del suo pane; ma la Bianchina era sempre più capricciosa e superba.

Un mattino, il pastore usci dal recinto. Perché su, sui monti, i pastori non hanno la casa: hanno un recinto, dove tengono le pecore la notte, perché non vadano i ladri a rubarle, o i lupi a mangiarle. C’erano, li vicino, tanti altri pastori, che avevano tutti il proprio recinto. Allora, apri il recinto, ne fece uscire le pecore, e le chiamava tutte per nome. Poi si mise avanti, col suo bastone, e cantava. Cantava e camminava: su per la collina, per i prati, finché trovò un bel posto, tutto pianeggiante, dove c’era tanta bella erba verde. Allora sedette li, e le pecore si sparsero a brucare tutto intorno, belando: beh, beh...

La Bianchina stette un po’ vicino al pastore, poi se ne andò; ma non voleva andare con le altre pecore: «tutte brutte», diceva lei, «sono brutte, non mi piacciono: io voglio star sola!». Vide un bel cespuglio di fiori, e camminò per brucarli; poi ancora ne vide uno più distante, e andò; poi avanti, e vai, e vai, si allontanò tanto dal gregge.

Intanto il pastore vedeva tutte le pecorelle d’intomo, e non pensava che quella scervellata se ne fosse andata così lontana. Venne la sera. La Bianchina era distante, distante, ormai era scesa in fondo a una valle, era risalita sul pendio di fronte, poi ancora era discesa. Quando s’accorse che il sole era scomparso, allora cominciò a batterle il cuore forte forte: puff, puff,... perché aveva sentito raccontare la storia dei lupi, che la notte escono a mangiare le pecore; e degli sciacalli, che sono dei cani feroci, i quali, se trovano una pecora, te ne fanno una colazione e una cena in quattro bocconi. Allora lei incominciò, poverina, ad andare piano piano, per non fare rumore. Ma, ad un tratto: «oh, povera me!». Che cos'ha sentito? L'ululo del lupo. «Si, questo è l’ululo del lupo... lontano lontano, ma è l’ululo del lupo... e poi... l’abbaìare dello sciacallo ... ». Che paura, povera Bianchina!

Fattasi sera, intanto, il pastore diede un fischio, che tutte le pecore conoscevano, e tutte: beh, beh,... si raccolsero intorno a lui. Lui si mise davanti, col suo bastone, e cantando se ne tornava verso il recinto, e le pecore dietro. Arrivato al recinto, si mette sulla porta, per farle entrare, e le pecore entrano, e lui le conta tutte: «Una, due, tre, quattro... avanti, Neretta... cinque, sei, sette... su Ricciutella... otto, nove, dieci, undici... venti... trenta... quaranta... cinquanta... sessanta... settanta... ottanta.... novanta, novantuna, novantadue, novantatré, novantaquattro, novantacinque, novantasei, novantasette, novantotto, novantanove... ; ne manca una!». Chiude, e guarda le pecore: «Ho bell’e capito, è quella scervellata della Bianchina. oh, povero me! Adesso mi è rimasta lassù, e Il lupo me la divora certamente... Ma no, no; io vado a cercarla!». Le pecorelle stavano zitte zitte, non osavano neppur belare, e lo videro, che prese il suo bastone e il suo cappellone, e andò dagli altri pastori, ad avvertirli: «fatemi un po’ la guardia anche al mio gregge». E parti.

«Ehm quella smorfiosetta», avranno pensato le altre pecore, «non vuoi mai stare con noi, e adesso la pagherà, una volta per tutte. Non vuoi stare in compagnia, perché lei è la più bella; vedrà che cosa le giova la sua bellezza ... ». «Mi rincrescerebbe», pensava un’altra, «se il lupo se la dovesse mangiare: mi rincrescerebbe, ma dopo tutto se l’è meritato, se l’è proprio voluto ... ».

Il pastore andava di corsa, e di tanto in tanto lanciava un fischio, e poi tendeva l’orecchio, se sentisse un belato. La povera Bianchina si era tutta nascosta, infilandosi dentro a un rovo, che le aveva strappato la lana bianca, e l’aveva tutta punta: ma lei se ne stava li quieta, quasi senza respirare, per paura che si avvicinassero un lupo o uno sciacallo. A un certo momento, le parve di sentire il fischio del pastore, e tese l’orecchio: il fischio si ripeté. «Oh è proprio il pastore, il mio buon pastore, che viene a cercarmi». Stette ancora in attesa, e il fischio si ripeté, più vicino. Allora fece un belato piccolo piccolo, e il pastore un altro fischio; lei un altro belato, lui un altro fischio; un altro belato, e il pastore si avvicinava, si avvicinava... «Eccolo, eccolo che arriva! Che gioia, che gioia sentirlo arrivare!».

«Ma adesso me le suona. Adesso me le dà», pensò la Bianchina, «oh, meglio le botte del pastore, che i denti del lupo o dello sciacallo». Invece il pastore, pungendosi le mani, allarga i rami del rovo, e: «Povera Bianchina», dice, «come ti sei ridotta! Ma guarda, quanta paura devi aver avuto! Ti sei tutta punta? Ma vieni, vieni, vieni, sarai stanca; vieni, che ti prendo in collo». La prende, se la mette in collo, e via cantando. Lei tutta felice: «Com'è buono, com'è buono!». Poi però pensava: «Adesso me le darà quando siamo a casa, in presenza di tutte le altre. Me le avesse date subito là, piuttosto che in presenza di tutte le altre... pazienza, meglio le botte in presenza delle altre che i denti del lupo o dello sciacallo!».

Le pecorine dormivano con un occhio solo, e stavano aspettando. A un certo punto sentono la voce del pastore, che canta. «Arriva, canta, vuoi dire che l'ha trovata». Stanno li, e chiudono allora tutt'e due gli occhi, e fanno finta di dormire tranquille. Pensano: «Adesso, almeno, una buona penitenza gliela darà, no?».

Il pastore arriva, posa la pecorina, l'accarezza e: «Va' Bianchina», le dice, «va' a far nanna, chissà come sei stanca, poverina; dormi tranquilla». Le altre non aprono neppure un occhio, e continuano a ruminare, come se dormissero tranquillamente. Il pastore prende due fiaschi, e va dagli amici, e dice: «Facciamo festa, avevo perduto la mia pecora e l'ho ritrovata!».

Sapete chi è la Bianchina?

(Racconto scritto da Giovanni Catti…diceva essere la storia che il cardinal Lercaro raccontava ai bambini)


III Domenica di Pasqua - 18.04.2021

Dal vangelo secondo Luca -24, 35-48

- In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

- Il capitolo 24 conclude il vangelo di Luca.

Vengono riportati quattro momenti come fossero accaduti nello stesso giorno.

- Prima le donne vanno al sepolcro.

- Poi Gesù si fa incontro ai due discepoli che scendono da Gerusalemme ad Emmaus.

- Appare agli undici e a quelli che erano con loro.

- Alza le mani, li benedice, viene portato nel cielo.

- Più che da fatti in grado di dimostrare l'accaduto, ogni episodio è caratterizzato da sentimenti

ed emozioni…

- Le donne al sepolcro erano perplesse…non sapevano cosa fare, non vedevano una via

d'uscita… Erano impaurite…col volto a terra.

- Pietro è meravigliato.

- I due discepoli di Emmaus erano tristi… senza testa e senza cuore.

- Gli undici e gli altri sono sconvolti, pieni di paura, turbati e pieni di dubbi…

- L'ultimo sentimento è la gioia…

- C'è sempre: un richiamo alle scritture e il legame tra il Gesù della Galilea e il Gesù che

incontrano ora …

È lo stesso, ma anche totalmente diverso.

- "Sono proprio io…"

Eppure, tutte le volte c'è sempre una grande difficoltà a riconoscerlo.

- E' ciò che gli Ebrei hanno vissuto durante la Shoah.

La domanda che furono costretti a porsi fu: - E' possibile credere in Dio dopo aver

vissuto una esperienza come questa? In quale Dio poi? Non può certo essere lo stesso!

- Non credo sia stata molto diversa l'esperienza di quel gruppo di discepoli che avevano

conosciuto Gesù, poi l'hanno visto morire in quel modo…come potevano credere in lui e che

Dio fosse per lui come un padre…"…era un profeta potente in opere e parole, davanti a Dio

e a tutto il popolo…è stato consegnato perché fosse condannato a morte e crocifisso.

Noi speravamo fosse lui a liberare Israele…".

- Dopo la sua morte e quel tipo di morte, tutto sembrava essere smontato:

crollate tutte le speranze, tutti i progetti, tutti i sogni…

- Oggi forse ci troviamo in una situazione simile.

- Per molto tempo ci siamo aggrappati alle nostre radici cristiane, radici che avevano plasmato, formato, condizionato tutta la nostra cultura, di cui eravamo orgogliosi…poi è arrivata questa pandemia e ci ritroviamo che tutta una struttura religiosa è crollata. Anche molti dei nostri valori non trovano più spazio…

Cosa rimane della nostra impostazione religiosa, dei ritmi e tempi che scandivano le varie tappe ed età della vita? Sentiamo nostalgia delle folle che riempivano piazza san Pietro?

Aspettiamo che tutto torni come prima!?

Mai nulla è tornato come prima. Gesù è risorto, è vivo sì, ma non è più quello di prima…

- La fede dopo la Shoah sì, ma non poteva essere più quella di prima…

- La nostra religiosità sì…ma non potrà essere più quella di prima.

Ci sarà una continuità?

Nel capitolo 24 di Luca c'è una indicazione forte e chiara. "Aprì loro la mente all'intelligenza delle scritture…cominciando da Mosè, dai profeti e dai salmi…".

Credo che anche oggi dobbiamo riprendere in mano la scrittura e su questa rivedere il nostro modo di pensare Dio, la religione, i riti e i sacramenti…

Penso che volesse dire questo Luca quando mette in bocca a Gesù l'esigenza di convertirsi e di perdonare i peccati. Forse quando Gesù dice che non passerà una generazione prima che queste cose avvengano, voleva dire che ogni generazione deve fare i conti con un rinnovamento della propria fede! La storia è una serie infinita di crisi, ma riconoscere Gesù vivo, vuol dire anche fare della crisi una opportunità.

- La vita di Gesù: ciò che le sue mani hanno compiuto, le strade che i suoi piedi hanno percorso sono una lettura nuova della legge e dei profeti. Una antica preghiera del XIV secolo dice: "Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri".

- "toccatemi…" Gesù aveva toccato importi (Lc.7,14) i lebbrosi (Lc.5,13) e li aveva riportati alla vita…toccarlo per riportarlo alla vita, riconoscerlo ed essere a loro volta contagiati dalla sua vita. Gesù risorto restituisce la corporeità ai suoi discepoli, li coinvolge in una comunione che implica le mani e i piedi.

Nell'episodio di questa domenica, Gesù, non spezza il pane, ma condivide del pesce arrostito…Forse anche le nostre eucarestie potrebbero ritrovare lo spirito giusto…è un parlare e un mangiare condividendo paure e dubbi…gioie e meraviglie…che poi ci sia del pane o del pesce forse non è così importante…Chissà!!!

- Avete qualcosa da mangiare…? Questa domanda di Gesù non vuole tanto dimostrare la sua corporeità o identità, ma è la domanda che l'umanità di ogni tempo rivolge alla religione.

Gli evangelisti, e Luca in particolare, rimproverano a tutti l'ignoranza, la chiusura mentale e del cuore…Non possiamo far finta che questa ignoranza non ci riguardi!

- " …saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati…".

Qualcosa non solo superficialmente, ma radicalmente deve cambiare nella nostra cultura, vita e fede, a cominciare dal senso del peccato che non può essere il giudizio morale che la chiesa dà, secondo regole, spesso condizionate dal tempo e dallo spazio, ma va misurato in base alla coscienza.

"Di questo voi siete testimoni!".

Se non avremo questo coraggio, entusiasmo, rischiamo di vivere di nostalgia, ma senza speranza, senza voglia di rimettersi a correre…senza avere nulla da testimoniare!

Non serve a niente essere testimoni di cose morte…Gesù non voleva questo!

"Non ricordate più le cose passate,

non pensate più alle cose antiche!

Ecco, faccio una cosa nuova:

proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?". (Isaia 43,18-19)

" Ecco io faccio nuove tutte le cose!". (Apocalisse 21.9)

II Domenica di Pasqua - 11.04.2021

Bisogno - ferite - pace - perdono


Dagli Atti degli Apostoli -At 4, 32-35

La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.



Dal vangelo secondo Giovanni - Gv 20, 19-31

- "La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome".




La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù...


… quando il sole tramonta e accarezza di buio la valle, in punta di piedi, come se non volesse disturbare... la resurrezione è qualcosa di intimo, qualcosa che germoglia dentro, al buio, nel silenzio.


Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.


- Dov'era Tommaso?


Io credo che Tommaso, lui che si era detto disposto a morire con Gesù, fosse là, dove c'era gente nel bisogno, gente ferita… era l'unico che non si era lasciato prendere dalla paura… Era là e non trovava la strada per portarequella pace che il maestro aveva promesso." Dove io vado voi conoscete la via!" -e Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscerne la via?". Tommaso, voleva che le piaghe fossero prese sul serio. Non poteva credere che venissero dimenticate. Che la Resurrezione le avesse cancellate, sublimate.


- Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».


- Gesù non si è mai tirato in disparte di fronte alle ferite, ha sempre cercato di toccarle.Toccava e si lasciava toccare…questo è quello che voleva fare Tommaso.


In nome di questa vita, in nome del miracolo del nascere e del morire, in nome di chi ci ha creduto, in nome di ogni lacrima versata, di ogni violenza subita, di ogni ingiustizia… ma anche solo per me,che mi sono affezionato alle persone, che mi sono emozionato, che ho preso sul serio il compito di comprendere il dramma umano, anche solo per me: io non posso accontentarmi di una chiesa che dice “abbiamo visto il Signore”.


- Io ho visto, come tutti, le piaghe e il sangue. Io ho creduto, come tanti, che forse sarebbe stato meglio non nascere perché il dolore è davvero qualcosa di insostenibile e ingiusto. Io alla vita terrena ci credo, con atto di fede totale, ma non me ne faccio nulla di un Dio che abita un altro luogo, di uno che si dimentica del sangue e del dramma a cui siamo immersi. Ha ragione Tommaso! A cosa serve la ripetizione di parole di speranza che non hanno il coraggio di entrare nelle ferite del mondo? A cosa serve una fede che davanti al mio sepolcro, al mio dolore, che è sacro (e che non dovete mai osare mettere a confronto con il dolore di altri!) ripete con fastidiosa sicurezza che Dio esiste?


- Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».


Gesù le ferite se le è portate con sé. Anche oltre la morte. Io alle ferite ci credo, nel dolore ho una fede incrollabile, ho solo bisogno di trovare la via per entrarci e portare pace e perdono.


Tommaso cerca la strada per curare le ferite, vuole portare pace dove c'è solo sofferenza e miseria. Chiede a Dio che mostri le ferite non guarite, ma valorizzate.


In alcune culture orientali quando un oggetto si rompe, lo si ripara con l'oro. L'esito finale è un vaso con striature d'oro che lo rendono nuovo, diverso, unico. Valorizzare le ferite senza nasconderle può rendere l'oggetto ancora più bello e prezioso. Come le stelle che rendono più bello e prezioso il cielo, se è vero che le stelle sono le cicatrici dell'universo.


Il perdono è questo grande dono, curare con l'oro le ferite!


La fede è un atto di immersione nel vivere quotidiano. Alla luce di questo Vangelo, posso dire che il mio dolore non è dimenticato, che è preso sul serio, che Qualcuno non lo dimentica, lo custodisce. Ci soffia sopra, come una mamma. E come una madre mi dice di riprendere a camminare, e come una mamma mi dona la pace e il perdono per non vivere da risentito. Io mi fido solo di chi prende sul serio le ferite, di chi prende sul serio i bisogni! Le ferite ti diranno che hai veramente vissuto, sono segno prezioso di rinascita. La vita più vera è quella cosparsa di cicatrici!




Mio Signore e mio Dio” non saresti “mio” se non abitassi il mio dolore, i miei drammi, le mie angosce. Non saresti “mio” senza memoria della mia vita, di chi ho amato, di ciò che ho perduto. A me non interessa che altri ti abbiano visto, io voglio imparare a sentirti mio. Come ferita incisa per sempre nella mia carne. Mio non di possesso, ma di appartenenza: stringimi in te, stringiti a me. Mio, come lo è il cuore. E, senza, non sarei. Mio, come lo è il respiro. E, senza, non vivrei.


Allora: "beati quelli che non hanno visto, toccato e hanno creduto".


Le ferite, sembrano essere la prova che la religione non è capace di produrre salvezza. Ma nessuno che abbia lottato per la pace è stato esente da persecuzioni e spesso non ha visto o toccato i risultati sperati. Ma non si può credere nella risurrezione senza far coincidere questa fede con la speranza della pace, del perdono!


Beati, non sono quelli che hanno creduto senza aver visto, toccato Gesù, ma quelli che senza aver visto/toccato con mano i risultati di tante fatiche, lotte e croci, hanno continuato a credere che quella fosse la vita.


Queste cose sono state scritte perché abbiate la vita…

Pasqua - 04.04.2021

Marco 16,1-8

- "Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero spavento. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura".

- "Tre donne …" sono quelle che avevano seguito Gesù dalla Galilea, lo avevano servito ed erano slitte con lui fin sul calvario…

- "Portavano con sé oli aromatici…"potrà un profumo spostare una pietra!?…ma non sarà la bellezza a salvare il mondo, piuttosto siamo noi che dobbiamo salvare la bellezza…come non siamo noi cercare la felicità, ma solo proteggerla…

- "Di buon mattino, il primo giorno, al levar del sole…" anche troppe indicazioni di tempo…non sembrano persone tristi, disperate …vanno incontro alla luce… c'è speranza in loro, si lasciano avvolgere dalla luce, dal nuovo giorno…

- "la pietra…"pasqua è la festa di pietre che rotolano, spostate!

- "Guardando" in alto, attraverso e dentro…videro!…E' un guardare la croce e vedere oltre…

- "Entrare nel sepolcro"…senza profanarlo…con mitezza, senza violenza...

- "Un giovane…"il mondo intero è nuovo fresco, giovane…sono belli i sogni dei dei giovani…mai come oggi abbiamo bisogno dei loro sogni, che illuminino le nostre vite…Ricorda quel giovane che ha seguito Gesù avvolto in un lenzuolo e che una volto preso lascia il lenzuolo e fugge via nudo, libero…è la libertà dei giovani che può portare nuova luce a questo tempo…

- "Turbamento - timore - stupore - paura …"Si passa da chi resta a bocca aperta come un bambino che guarda attonito davanti ad una visione inaspettata a chi è preso da una potentissima emozione o rapimento/estasi ad una paura dovuta forse alla troppa emozione ….forse gli ingredienti di quei profumi, forse ciò che caratterizza la vita di chi cerca con amore, di chi sa che il tempo dell'amore è più lungo del tempo della vita…

- "Voi cercate…"inadeguatezza delle nostre ricerche…ad accogliere tutte le manifestazioni della vita.

- "E' risorto…non è qui…" la morte non ha alcun potere…e noi non lasciamoci prendere dalla tentazione di riempire quel vuoto… "Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara…

Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo.

È falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore.

Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa.

I bei tempi passati si portano in sé non come una spina, ma come un dono prezioso.

Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarci ad essi; così come non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto di cui si ha la certezza.

Allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli". Dietrich Bonhoeffer

- "Andate dite…vi precede…"la vita è sempre oltre…Vi precede: avanza alla testa della lunga carovana dell'umanità incamminata verso la vita; cammina davanti, ad aprire l'immensa migrazione verso la terra promessa...in Galilea…che non è un ritorno al passato, ma una terra che Dio volta per volta indicherà come ad Abramo…ditelo in silenzio!

- "Ed esse, uscite, fuggirono, e non dissero niente a nessuno…"strana conclusione…fragilità della resurrezione! Ma se credo nella resurrezione è solo perché persone piene di "turbamento-timore-stupore e paura" hanno lottato, amato, gioito per la vita senza clamore fuggendo dai "sepolcri". C'è, ma va cercato fuori dal territorio delle tombe, in giro per le strade, per le case, dovunque, eccetto che fra le cose morte: "lui è in ogni scelta per un più grande amore, è nella fame di pace, negli abbracci degli amanti, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell'ultimo respiro del morente" (G. Vannucci).

"Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto che Cristo è venuto a sussurrarci amorosamente all'orecchio. Il segreto è questo: c'è un movimento d'amore dentro la vita che non le permette mai di restare ferma, che la rimette in moto dopo ogni morte, che la rilancia dopo ogni scacco, che per ogni uomo che uccide cento ce ne sono che curano le ferite, e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire. Un movimento d'amore che non ha mai fine, che nessuna violenza umana potrà mai arrestare, un flusso vitale dentro al quale è presa ogni cosa che vive, e che rivela il nome ultimo di Dio: Risurrezione". (Ermes Ronchi)

Domenica delle Palme - 28.03.2021

Lettura della passione secondo Marco 14,1-15,47

SE FOSSI…

- Se io fossi una pietra…

potrei essere una pietra della strada che porta a Gerusalemme. Sentii un gran tumulto di passi, tutti accorrevano e volevano vederlo da vicino. Non sapevo chi fosse, ma capii subito che si trattava di una personalità. C'era molta eccitazione, le donne portavano anche i bambini. Sembrava una grande festa. Qualcuno ebbe l'idea di prendere delle fronde e di sventolarle in segno di benvenuto e subito tutti imitarono e il passaggio divenne tutto una palma.

Le grida diventarono sempre più gioiose e presto si tramutarono in canti: "Osanna! Osanna! Benedetto!"

Quando fu vicino a me e finalmente lo vidi, rimasi stupita: mi sarei aspettata di essere calpestata dalle ruote di una carrozza o dagli zoccoli di un cavallo…invece si presentò in tutto un altro modo. Le autorità erano infastidite dall'affetto che riceveva e gli chiesero di mettere fine agli schiamazzi. Ma lui rispose che sarebbe stato inutile. Mi piacque come lo disse! E anch'io cominciai a cantare.."Osanna! Benedetto!".

- Se io fossi un capello…

Potrei essere un capello di Gesù.Troppo facile essere il profumo! No, io sono un capello. Il capello unto, sudato, appiccicoso di uno che non ha dove posare il capo spesso dorme in ripari polverosi. Il capello di uno che ha fatto molta strada e ora è ospite di un lebbroso. Non credo si aspettasse il gesto di quella donna , ma era proprio quello che ci voleva! Fu una cosa così affettuosa, così gratuita… il profumo certo si dissolve in fretta, ma la dolcezza di quell'attenzione premurosa rimase nel suo cuore.

- Se io fossi una stanza…

Potrei essere quella al piano superiore. arrivarono per la Pasqua, ma fu una cena strana. Il maestro disse delle frasi che i suoi non capirono. A un certo punto discussero e un paio anche gridarono! Ma prima di uscire cantarono insieme, per la tradizione certo, ma anche per sentirsi ancora uniti e in pace. Cantare insieme agli amici fu il suo ultimo gesto da uomo libero.

- Se io fossi erba…

Potrei essere l'erba del Getsemani. Stanchi e appesantiti dalla cena, si sedettero appoggiandosi agli ulivi e quasi subito si addormentarono, dimenticando le parole udite poco prima. Lui no. Si appartò per pregare, ma fu una cosa molto sofferta. Sconvolto, tornò dai suoi amici in cerca di conforto…dormivano. Pregò ancora. Pregò con tutto se stesso. Si tormentò. Pianse. Mi afferrò fino a stritolarmi. Su me caddero gocce di sudore e anche di sangue.

- Se io fossi un filo…

Potrei essere un filo della tunica di Pietro. Era seduto vicino a un fuoco e sentivo il suo corpo scaldarsi. Poi qualcuno lo riconobbe e lui si spaventò. Lo sentii diventare gelido. Negò. Ma quelli insistevano. Negò ancora e ancora. Quando sentì il canto del gallo, capì. Un caos di pensieri e sentimenti lo attraversò da capo a piedi…ne avverto ancora il fremito. Poi incrociò lo sguardo del suo amico e maestro e sentì che lui lo amava ancora. Lo amava lo stesso. Ora sono un filo impregnato di terrore, vergogna e dolore.

- Se io fossi una spina…

potrei essere una spina della corona di Gesù. Sono nata per difendere una rosa. Invece mi hanno strappata e mi usano per ferire. Con noi si costruiscono con cattiveria fili spinati per tenere rinchiuse e separate le persone. Vorrei tornare a difendere le rose. il loro colore e profumo, la loro delicatezza e bellezza.

Ma quel giorno mi hanno intrecciata insieme ad altre spine e ci hanno spinto sul suo capo. Spinto fino in fondo, fino a conficcarsi facendolo sanguinare. Tutti intorno ridevano, , urlavano, travolti e sostenuti da un delirio collettivo. Poi le percosse gli sputi… in tutto quell'orrore pensai che gli uomini hanno proprio bisogno delle rose e non dovrebbero buttarle per tenere le spine.

Infine la croce, i chiodi, le derisioni… tirai un sospiro di sollievo quando, finalmente, morì.

- Se io fossi un masso…

Potrei essere il masso che chiude il sepolcro. Ho custodito il suo corpo, nel buio e nel silenzio. Non sapevo che stessi custodendo anche l'attesa.

Poi un'improvvisa luce e io, non so come. rotolai.E l'attesa si aprì a una vita nuova, una vita oltre. Occasione di speranza e libertà. Per tutti.

- Roberta Marsiglia

La fedeltà che rende davvero liberi

Quando la vita di Gesù si trasforma in tragedia, un giovane osservava, di nascosto, tutto quello che stava accadendo. Vide quell'uomo, solo, triste da morire. Vide arrivare "uno dei dodici, accompagnato da una folla con spade e bastoni". Vide quando lo presero, lo legarono e lo conducevano ai capi religiosi, suoi nemici dichiarati

"Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo"mino. (Marco 14, 51-52).

Quante congetture su questo personaggio senza nome, che simpaticamente si insinua nel dramma della cattura del Signore! Ognuno può ricostruire, con la propria immaginazione, i motivi che lo portano a seguire Gesù, mentre gli apostoli lo abbandonano alla sua sorte. Penso che se Marco gli fa posto nel suo Vangelo, non lo fa soltanto per esattezza di cronista. Infatti, l’episodio viene dopo le paurose parole, che concordemente si leggono sulla bocca dei quattro evangelisti: «allora tutti, abbandonandolo, fuggirono» (Marco 14,50). Quel giovane, invece, continua a seguirlo. Curiosità, bravura, o coraggio vero? Nell’animo di un giovane non è facile far la cernita dei sentimenti. D’altronde, certe analisi non giovano né alla conoscenza, né all’azione. È onorevole per lui e mortificante per noi se egli continua a tener dietro all’Arrestato, senza badare agli apostoli che lo abbandonano e al pericolo cui va incontro dimostrandosi solidale con chi, secondo la legge, non ha più diritto a solidarietà alcuna. Il Signore non può neppure ringraziarlo con uno sguardo, perché la notte inghiotte le ombre e confonde il passo degli amici nel rumore della masnada; ma il suo Cuore divino, che avverte ogni più tenue devozione, trepida e gode di questa fedeltà senza nome. La fretta gli ha persino fatto dimenticare di vestirsi. Si era buttato addosso un lenzuolo e senza badare a convenienze, si era messo sulla strada, dietro il Maestro. Chi vuol bene non cura il decoro, e capisce l’urgenza senza molte descrizioni o incitamenti. Il cuore lo porta all’azione e allo sbaraglio, senza chiedersi se l’intervento sia utile o meno. Vi sono attestazioni che valgono indipendentemente da ogni considerazione di utilità pratica.– Stupido, non puoi salvare il Maestro! E poi, che bella figura! Non sei nemmeno vestito. Se i suoi seguaci sono così equipaggiati! … Questo è il buon senso che parla, e come dargli torto se, un attimo dopo, il giovane sconsigliato lascia il lenzuolo nelle mani delle guardie, che l’avevano agguantato, e scappa nudo? – Bel coraggio! Avete ragione, troppa ragione. Però gli altri, gli apostoli, per scappare non hanno neppure atteso che li agguantassero. Lui, almeno, ha dato ai nemici del Signore l’impressione inquietante che qualcuno gli volesse ancora bene e fosse disposto a tentare qualcosa per salvarlo. E ciò che li deve avere ancora più sconcertati, fu il trovarsi in mano, invece di un uomo, un lenzuolo. Anche la beffa ha la sua morale, come la favola. E la morale è questa: che quando un cristiano non ha che un lenzuolo, è inafferrabile; mentre i cristiani benestanti fanno fatica a disimpegnarsi e restano facile preda dei più abili, che finiscono per comprometterli ovunque. Quel giovane se ne va nudo nella notte. Non ha salvato il proprio decoro, ha però salvato la propria libertà, il suo impegno con Cristo. L’indomani, ai piedi della Croce, vicino alla Madre, alle donne e al Discepolo prediletto, egli sarà presente, primizia di quei cristiani generosi che, in ogni tempo, hanno reso a Cristo e alla sua Chiesa la più inquietante testimonianza.

Don Primo Mazzolari

V domenica di Quaresima - 21.03.2021

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità,

in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell'uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell'uomo?». Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».

Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

Parola del Signore


- Era vicina la Pasqua. alcuni greci, saliti a Gerusalemme chiedono di vedere Gesù.

Vedere, uno dei verbi che ritorna più spesso, nel vangelo di Giovanni.

Vedere è conoscere, è credere.

All'inizio si era detto: "Dio, nessuno l'ha mai visto, Gesù ne è l'immagine più vera". Lo stesso si potrebbe dire dell'uomo: nessuno lo ha mai visto, Gesù ne è l'immagine più vera! - Poi quando i primi due discepoli vanno dietro a Gesù e gli chiedono dove abita: lui risponde venite e vedete. Andarono e videro. Giovanni al sepolcro vide e credette.

Vedere Gesù, vedere Dio, vedere l'umano più umano, è la domanda di sempre.

L'evangelista impiega più verbi per esprimere livelli sempre più profondi di un vedere che conduce alla fede.

BLEPO: che indica la vista fisica: vedere una pietra, un telo, un sudario.

ORAO: che indica la vista interiore, quella della fede, di colui che afferra un fatto e lo comprende.

TEOREO: significa percepire, comprendere a fondo una realtà, contemplare.

Un po' come viso-volto-faccia indicano la stessa cosa, ma con sfumature molto diverse: il vedere, il voltarsi, cambiare direzione, convertirsi e il fare.

Tutti potevano vedere Gesù, ma c'è un vedere e vedere. L'innamorato del Cantico dei Cantici dice all'amata: "mostrami il tuo volto, fammi sentire la tua voce!".

C'è un viso più segreto, una voce più segreta da scoprire.

C'è un po' di tutto questo nel desiderio di vedere di questi greci.

- Gesù risponde con una piccola parabola: vedranno solo un chicco di grano caduto in terra! Ogni uomo, e donna sono chicchi di grano seminati nei solchi della storia, nella terra arida del proprio lavoro, nella terra amara delle domande senza risposta. Stare nel buio e poi risvegliarsi, uscire dalle zolle, nella luce. Gesù racconta la parabola come la verità della sua vita, il segreto della vita.

Io sono questo chicco di grano, anche tu sei come un chicco di grano.

Fa' della tua vita un dono, perché chi la vita se la tiene stretta, la perde, chi invece la dona, la ritrova. La persona si realizza nella misura in cui ha la capacità di donarsi. Chi non dà niente vuol dire che non ha niente. Vivere è dare, spendere, consumare la vita. - "Cosummatum est" - sono le ultime parole di Gesù sulla croce! Tuo è solo ciò che hai donato. Come accade per l'amore: è tuo solo se è per qualcuno. Nella terra ciò che accade non è la morte del seme, ma un lavorio infaticabile e meraviglioso, una donazione continua e ininterrotta, vero dono di sé: la terra dona al chicco i suoi elementi minerali, il chicco offre al germe se stesso in nutrimento, come una madre offre al bimbo il suo seno. E quando il chicco ha dato tutto, il germe si lancia all’intorno con le sue radici affamate di vita, si lancia verso l’alto con la punta fragile e potentissima delle sue foglioline. Allora il chicco muore sì, ma nel senso che la vita non gli è tolta ma trasformata. “Quello che il bruco chiama fine del mondo tutti gli altri chiamano farfalla” (Lao Tze) Il verbo principale che regge la parabola del seme è «produce frutto». La chiave di volta che regge il mondo, dal chicco a Cristo, non è la vittoria del più forte ma il dono.

- Poi dalla parabola passa alla realtà: il chicco di grano caduto in terra è come quell'uomo sulla croce piantata in terra. Quest'uomo sulla croce è il centro di gravità in cui è svelato il senso ultimo della vita e il senso vero di Dio. " Veramente quest'uomo era giusto…veramente quest'uomo era figlio di Dio…!".Tutti quelli che cercano di vedere, dovrebbero essere attratti da quest'uomo!

Da qui nasce un modo di vedere la vita che non è scritto in nessuna legge, in nessun codice, perché il codice in cui è scritta è il cuore dell'uomo, la sua coscienza. E' qualcosa di nuovo e che si rinnova di continuo, come ogni relazione ha bisogno, per restare viva di rinnovarsi continuamente.

La prima lettura di questa domenica riporta queste parole del profeta Geremia: "Ecco, verranno giorni nei quali con la casa d’Israele concluderò un’alleanza nuova… porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande".

La legge iscritta nel cuore di ogni essere è che tutto è in relazione. La vita non è un bene di consumo, ma un servizio. C'è un legame, tra tutte le cose, e tutti gli esseri viventi: ciascuno è a servizio dell'altro. C'è una legge interiore, una forza intrinseca al seme, da seguire, da servire, accessibile a tutti: ai poveri, ai miti, agli operatori di pace, agli afflitti…

Questa alleanza fra tutte le creature non è scritta in un libro, neppure nella bibbia o nel vangelo, tanto meno nei dogmi: questa parola è stata consegnata agli analfabeti. C'è una legge, non scritta, insita nel cuore di ogni essere vivente o inanimato: tutto è relazione! E' una specie di codice genetico scritto nel cuore, nella coscienza.

Questa alleanza ha il suo sigillo nella croce: la morte ingiusta del Figlio dell'uomo: "in quel momento attirerò tutti a me".

Quando avremo superato tutti i nostri schemi, le nostre convinzioni ideologiche, i nostri dogmi, le nostre raffigurazioni emotive di Dio, i nostri principi morali allora potremmo essere attratti da questa specie di centro di gravità che è il figlio dell'uomo senza etichette, l'uomo concreto che ha paura della morte, di fronte alla quale grida, piange, la rifiuta!

La sofferenza ingiusta di un innocente è il centro di gravità, dove chi vuol vedere la vita, conoscere Dio, capire il senso dell'esistenza viene attratto. Se non si è attratti da questo centro, se non ci si lascia giudicare da questo fatto, si resta fuori dall'essere.

L'episodio finisce con Gesù che "se ne andò e si nascose da loro!". Come il chicco di grano nella terra, come l'uomo sulla croce, il cui volto-viso-faccia è irriconoscibile!

L'essenziale è invisibile agli occhi!

C'è sempre un infinito da scoprire! "Se uno vuol servire, mi segua

mio caro bambù

leggenda cinese

C'era una volta un bellissimo, un meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo al grande regno. Il Signore di questo giardino aveva l'abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno, quando il caldo della giornata era più forte.

C'era in questo giardino un bambù di aspetto nobile. Era il più bello di tutti gli alberi del giardino e il Signore amava questo bambù più di tutte le altre piante. Anno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e più grazioso. Il bambù sapeva bene che il Signore lo amava e ne godeva.

Un bel giorno, il Signore. molto in pensiero, si avvicinò al suo albero amato e l'albero, in grande venerazione, chinò la sua testa. Il Signore gli disse: "Caro Bambù, ho bisogno di te". Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno di tutti i giorni, il giorno per cui era nato. Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose: "O Signore, sono pronto. Fa di me l'uso che vuoi".

"Bambù", la voce del Signore era seria, "perchè tu possa servire, devo abbatterti". Il bambù fu spaventato, molto spaventato: "Abbatterrni, Signore, me che hai fatto diventare il più bell'albero del tuo giardino?". "No, per favore, no! Fa uso di me per la Tua gioia, Signore, ma per favore, non abbattermi".

"Mio caro bambù" disse il Signore, e la sua voce era più seria. "se non posso abbatterti, non puoi servire". Nel giardino, ci fu allora un gran silenzio. Il vento non tirava più. gli uccelli non cantavano più. Lentamente, molto lentamente, il bambù chinò ancora di più la sua testa meravigliosa. Poi sussurrò: "Signore. se non puoi usarmi senza abbattermi, fa di me quello che vuoi e abbattimi".

"Mio caro bambù", disse di nuovo il Signore,'.non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami. '.0 Signore".disse il bambù, "Non farmi questo. Lasciami almeno le foglie e i miei rami". "Se non posso tagliarti, non puoi servire".

Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via. Il bambù tremò e disse appena udibile: "Signore, tagliali!"

"Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso fare questo non posso usarti". Il bambù non poté più parlare. Si chinò fino a terra.

Così il Signore del giardino abbattè il bambù. tagliò i rami, levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi portò il bambù alla fonte di acqua fresca vicino ai suoi campi inariditi. Là, delicatamente, il Signore dispose l'amato bambù a terra; un'estremità del tronco la collegò alla fonte; I'altra la diresse verso il suo campo arido.

La fonte dava l'acqua, l'acqua si riversava sul campo che aveva tanto aspettato. Poi fu piantato il riso, i giorni passarono, la semenza crebbe e il tempo della raccolta venne. Così il meraviglioso bambù divenne realmente una grande benedizione in tutta la sua povertà e umiltà. Quando era ancora grande e bello e grazioso, viveva e cresceva solo per sé stesso e amava la propria bellezza. Al contrario. nel suo stato povero e distrutto, era diventato un canale. che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

IV domenica di Quaresima - 14.03.2021

Giovanni 3,1-21

C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

- Un uomo, di nome Nicodemo, capo dei farisei viene da Gesù di notte.

Forse era timido, forse si vergognava…un capo non deve avere dubbi!

Forse, mischiato tra la folla, aveva ascoltato quel giovane maestro e il suo entusiasmo lo aveva colpito. Forse aveva risvegliato i suoi sogni di quando era ragazzo!

Da quanto tempo non faceva più qualcosa con entusiasmo?

Quel maestro parlava con entusiasmo!

Forse questo lo spinse ad andare a cercarlo, di notte. Una notte più interiore che esteriore.

- Ogni ricerca vera parte dalla consapevolezza dei propri limiti, delle proprie paure, del buio che ci portiamo dentro. Avrebbe potuto ascoltarlo in pubblico, avrebbe potuto raccogliere informazioni su di lui e sulle dottrine che insegnava, avrebbe potuto convocarlo per un confronto insieme ad altri maestri.

Nella sua «ricerca» Nicodemo vuole invece un incontro senza mediazioni, libero dai condizionamenti. Sceglie il sentiero dell’incontro, la via del dialogo e del confronto, della relazione personale.

Nicodemo, uomo di paure, scivola da Gesù furtivo tra le ombre della sera. E Gesù non giudica, non condanna, rispetta la paura di Nicodemo, paziente con le sue lentezze. È un germoglio, un timido avvio, il preludio o la promessa di qualcosa che potrebbe nascere.

- Inizia il dialogo: Nicodemo parte dalla sua posizione legato ai suoi schemi interpretativi. Gesù sembra scuotere Nicodemo con una forte provocazione: «Cosa sei venuto a fare? Cosa ti interessa davvero? Vuoi o non vuoi puntare a ciò che è essenziale?»

Perché ciò si realizzi deve però accadere una rottura. C’è un radicale ricominciamento da operare, anzi, da lasciare che accada perché esso è tutta opera di un Altro.

Gesù annuncia a Nicodemo che c’è un nuovo inizio da accogliere. L'obiezione di Nicodemo è carica di ironia ma anche tipica del gioco di fraintendimenti con cui Giovanni spesso fa procedere i suoi discorsi.

Emerge però con chiarezza qual' è l’orizzonte nel quale Nicodemo è abituato a muoversi: quello meramente terreno. Nei ristretti confini di ciò che è visibile e tangibile, in effetti, non è plausibile alcuna rinascita.

La risposta di Gesù lo spinge a credere a un’esistenza più vasta, a un’offerta di vita più ampia e profonda, a credere a desideri, bisogni, passioni, speranze, sogni, progetti… che abbiano il coraggio di sconfinare oltre la misura sempre limitata dei nostri mezzi, delle nostre mediocrità, delle nostre fragilità.

È disposto a credere che si può cercare dove mai avrebbe pensato si potesse?

L’immagine del vento che gioca sulla sovrapposizione con lo Spirito ci fa avvertire l’intenzione di Gesù di liberare Nicodemo dai legacci che imbrigliano la sua ricerca.

- Come Mosè innalzò il serpente…

Tra gli animali della bibbia, il serpente occupa un posto di rilievo. È un animale con una forte carica simbolica anche in antiche civiltà. La terra è sacra e quindi l'animale che più di ogni altro è a contatto con la terra in qualche modo è sacro. Cambia pelle ogni anno quindi è segno di una vita che si rinnova, ha due occhi penetranti capaci di ipnotizzare la preda, con il suo rapidissimo strisciare rappresenta la rapidità, la sveltezza e anche l'astuzia. Gesù dirà «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt.10,16). È un animale per così dire ambivalente, vita e morte nel serpente si intrecciano, si fondono.

Non è quindi un caso che sia diventato simbolo della medicina. Esculapio, il prototipo del medico, è ritratto nella mitologia greca con un serpente perchè simbolo di vita e di morte.

C'è quel verbo ebraico "nabat" che significa alzare lo sguardo! E' lo stesso che troviamo nel famoso episodio, in cui Dio disse ad Abramo :«Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare...». Un commento rabbinico, traduce il verbo "nabat" con trasportare in alto. Ovvero Dio avrebbe portato Abramo su in alto, permettendogli così di guardare al suo passato, alla sua storia da un nuovo punto di vista.

Potremmo quindi dire che quel guardare in alto dirigendo lo sguardo al serpente di rame ritto sull'asta significa assumere un nuovo punto di vista.

Il serpente è l'immagine di ciò che ci tiene legati alla terra, ciò che spinge l'uomo verso la rinuncia ai suoi sogni, aspirazioni della sua coscienza. Spinge a vivere una vita nella sua dimensione solo orizzontale, terrena. Cristo sulla croce ci spinge ad alzare lo sguardo, a non abdicare alla nostra verità di figli di Dio e di figli dell'uomo, innalzando la terra al cielo.

Nicodemo ha speso la sua vita, sino a questo momento, nel contesto culturale della legge, ora è chiamato a fare un salto di qualità, nell'orizzonte della gratuità.

Non basta dire: "siamo troppo vecchi…troppo giovani", l'umanità è vecchia…la chiesa è vecchia!

E' tempo di fare i conti con questa nostra paura di nascere, ri-nascere, ri-sorgere.

E' tempo di avere il coraggio di spingere i nostri desideri oltre i confini della "carne", al di là degli orizzonti del visibile, delle logiche dal basso in cui è facile invischiarsi.

Quella notte, Gesù, forse indicò a Nicodemo una via di liberazione, di una possibile pasqua. Tentò di convincerlo che noi siamo desiderio di pace, di benevolenza, di amicizia e di schietta umanità. Siamo condivisione e accoglienza, "casa" gli uni degli altri.

"Chi fa la verità, viene alla luce…"

La verità è silenziosa, non ha parole. La parola può essere un tramite, ma la verità si coglie solo se noi apriamo la parola che ascoltiamo, come si apre un frutto e ci entriamo dentro. La verità istituzionale, non può fare ombra alla verità primordiale che, cioè, ogni creatura che è nell'universo è fratello e sorella.

- "Dio ha tanto amato il mondo da dare la vita…"

Non solo l'uomo, ma è il mondo che è amato, la terra è amata, e gli animali e le piante e la creazione intera. E se egli ha amato la terra, anch'io la devo amare, con i suoi spazi, i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori.. E se Egli ha amato il mondo e la sua bellezza fragile, allora anche tu amerai il creato come te stesso, lo amerai come il prossimo tuo: «mio prossimo è tutto ciò che vive» (Gandhi).

Tutta la storia biblica inizia con un “sei amato” e termina con un “amerai” (P. Beauchamp).

Dio non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato, perché chi crede abbia la vita. A Dio non interessa istruire processi, Dio non è a misura di tribunale, ma a misura di fioritura e di abbracci.

"Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Se potrò alleviare il dolore di una vita o lenire una pena, o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano". (Emily Dickinson)

- Lentamente muore

Lentamente muore

chi diventa schiavo dell'abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marca,

chi non rischia di vestire un colore nuovo,

chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce solo nero su bianco

e i puntini sulle "i"

piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore

davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore

chi non capovolge il tavolo,

chi e' infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza per l'incertezza

per inseguire un sogno,

chi non si permette

almeno una volta nella vita

di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,

chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non trova grazia in sé stesso.

Muore lentamente,

chi distrugge l'amor proprio,

chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente,

chi passa i giorni a lamentarsi

della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore,

chi abbandona un progetto

prima di iniziarlo,

chi non fa domande

sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde

quando gli chiedono

qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo

richiede uno sforzo

di gran lunga maggiore

del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà

al raggiungimento

di una splendida felicità.

Martha Medeiros


III domenica di Quaresima - 07.03.2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - 2,13-25

"Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo".


-Il tempio in tutte le culture rappresenta il centro della vita. Al centro di una città, paese ci sta il tempio. Il tempio non è solo luogo di culto, ma rappresenta il mondo dei valori attorno ai quali si struttura la vita di una comunità.

Gesù incomincia dal tempio, dal mondo dei valori per i quali noi viviamo.

Al suo primo impatto con i suoi discepoli gli viene chiesto:"dove abiti?".

Prima li conduce ad una festa di nozze e poi nel tempio di Gerusalemme e lì cerca di cacciare fuori, di condurre fuori tutti, come fa il pastore con le pecore, o come farà alla fine con Lazzaro.

Si parla di zelo, di gelosia, di un Gesù che sembra violento, ma la sua è più una passione d'amore che un gesto di violenza…solo l'amore giustifica una reazione del genere!

"Non fate della casa del Padre mio un mercato!"

- Ma le case del Padre di Gesù sono diverse: prima di tutto il creato - la nostra casa comune -.

Quando l'uomo sfrutta in modo sconsiderato le risorse della natura; quando ne provoca la ribellione violentando i ritmi; quando produce un inquinamento che l'atmosfera non è più in grado di assorbire: questa casa diventa un mercato, che rischia di distruggere la casa!

- C'è poi un'altra abitazione che è il corpo di Gesù, un corpo che si identifica col pane: frutto, figlio della terra e del lavoro dell'uomo che tutti hanno il diritto di mangiare, senza che questo diventi il prezzo della schiavitù. "Prendete e mangiatene TUTTI".

Il Pane non può essere oggetto di mercato!

- E poi c'è il nostro stesso corpo - Noi siamo dimora di Dio. Ogni attentato alla vita trasforma questa casa in un mercato. Quante vite accantonate e soppresse per esigenze di mercato, per motivi di guadagno e di convenienza!

Nel tempio si è insediato il mercato e il denaro ne è diventato l'idolo da adorare!

Il gesto di Gesù ha rotto un sistema in maniera irreversibile. Il fatto che oggi le chiese siano vuote di giovani, di poveri, di chi porta sulle sue spalle il peso di vivere, indica che queste categorie di persone non si identificano più in quel Dio, in quel sistema di valori che fanno sentire l'uomo schiavo e escono da quel luogo, la cui porta è stata forzata con violenza.

- Oggi viviamo come in esilio. Esilio significa perdita di un luogo dove abitare, dove, celebrare i nostri valori, esprimere la nostra identità. Cerchiamo un tempio dove ri-nascere.

Ma questo non significa ricostruire dei luoghi sacri, ma costruire dei luoghi dove tutti possano stare. Gesù caccia fuori dal tempio, perché il tempio non può essere un luogo ristretto, chiuso…

Un luogo sacro non si deve inventare, ma scoprire, deve essere un luogo abitato non solo da noi, ma da altri…da altro!

Il tempio siamo noi nella capacità di incontro.

Prima del tempio in Israele esisteva la "tenda dell'incontro."

E' l'incontro e non la struttura, che fa di un luogo un tempio che trasforma la vita.

Il luogo, senza "l'incontro" resta vuoto anche se ci siamo noi dentro!

Nella nuova Gerusalemme descritta nell'Apocalisse non c'è tempio, ma un Agnello, come nelle nostre chiese il Pane: simboli che richiamano la vita di chi ha portato su di sé la fatica di nascere e di vivere.

Allora il tempio è il luogo dei legami, non solo quelli tra di noi, ma di quei legami aperti a questo ambiente grande che è tutto l'ecosistema.

Legame è sinonimo di relazione, di trasmissione. Il legame ha bisogno del corpo. Creare dei legami è un lavoro di tessitura. Tutto l'universo ha bisogno di tessere dei legami. Il corpo è il telaio…

E questo non deve avere limiti…il nuovo tempio che si dovrà creare dopo questo esilio non sarà di un popolo, di una religione, ma di una moltitudine immensa che nessuno potrà contare…

Abramo fu benedetto da Dio perché diventasse Padre di una moltitudine…non solo di un popolo!

"La mia parola è come le stelle, esse non impallidiscono.

Come potete comprare o vendere il cielo, il calore della terra? Quest’idea ci è estranea. Noi non siamo padroni della purezza dell’aria o dello splendore dell’acqua. Come potete allora comprarli da noi? Questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni foglia rilucente, tutte le spiagge di fine sabbia, ogni velo di nebbia nelle foreste scure, ogni bagliore di luce e tutti gli insetti che vibrano sono sacri nelle tradizioni e nella coscienza del mio popolo. Che specie di vita è quella in cui l’uomo non può udire la voce del corvo notturno o il dialogare dei rospi di notte? Che luogo è quello dove non si possa udire lo sbocciare delle foglie in primavera o il tintinnare delle ali degli insetti, il soave sussurro della brezza sullo specchio d’acqua ed il proprio odore del vento, purificato dalla pioggia di mezzogiorno e dall’aroma dei pini. L’aria è preziosa perché tutti gli esseri viventi respirano la stessa aria: animali, alberi, uomini. Il nostro Dio è lo stesso Dio. Non si può possedere Dio alla stessa maniera di come non si può possedere la terra.

La terra è amata da Lui. E causare danno alla terra significa dimostrare disprezzo al suo Creatore. La terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Non è stato l'uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa faccia alla tela, lo fa a se stesso!". (LETTERA DEL CAPO INDIANO SEATL AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA 1854)

Non vivere su questa terra come un estraneo

e come un vagabondo sognatore. Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre…( Nazim Hikmet)


Tu sei preghiera di Enrico Peyretti

-Quando la luce del tramonto scende là dietro e ti strugge la malinconia, è preghiera.

Quando ti commuove l'alba, piccola e fragile come il sorriso di un bimbo, è preghiera.

Quando un gesto gentile, un sorriso sconosciuto, ti raggiunge nella folla, quell'istante di gratitudine alla vita è preghiera.

Quando un abbraccio risponde per un momento alle attese del tuo cuore e del tuo corpo, gioisce esaudita la tua nativa preghiera.

Quando una lettura tramite i tuoi occhi ti tocca l'anima, è l'umanità che risponde alla tua antica preghiera.

Quando ascolti una musica che danza nel tuo petto,

quella ti è data come preghiera.

Quando il dolore ti tocca, ti ferisce, ti priva di una presenza, il tuo pianto silenzioso è preghiera. Quando il fiorire di un bimbo, la primavera sul prato, ti danno delizia, questo è tua preghiera.

E quando la forza della montagna, o quella del mare, o la bellezza dell'immaginazione, prendono la tua attenzione ammirata, è tua preghiera.

Quando ti assedia la solitudine, e nessuna voce ti risponde, il tuo silenzio attonito è preghiera. Quando il tuo cuore canta, quel canto è preghiera.

Quando ti chiedi perché — perché la volontà di vita, perché l'amore e perché l'odio, o la fredda indifferenza — la tua domanda muta è preghiera.

Quando in un volto e in un ascolto appare l'amicizia,

la pace che senti è preghiera.

Quando finirà il tuo tempo, quell'ultimo respiro sarà l'estrema preghiera.

Tu preghi sempre, cosí come respiri, come i tuoi occhi cercano, come il tuo cuore attende: tu sei preghiera.

Anche se non sai chi preghi, ora sai che sempre preghi, perché desiderare e attendere è preghiera. Noi desideriamo perché siamo misteriosamente chiamati: è questo l'inizio di ogni preghiera.

Alle religioni maestre, a chi ignora una vita attorno a questa, a chi ti offre formule e ricette, e santi e altari da pregare, rispondi che, di là da tutto questo, tu sei la tua preghiera, tu sei nell'universale preghiera.

È una vita, anima della tua vita, la tua preghiera.


II domenica di Quaresima - 28.02.2021

Marco 9,2-10

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello essere qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.

Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti.

- "E' bello essere qua!" Pietro dice: Rabbì è bello! Il bello è molto più del bene, perché il bene spesso è noioso. Quando il bene diventerà bello allora sarà bello! Anche la verità senza bellezza è gelida, non fa trasalire il cuore! Siamo fatti per questa bellezza.

È bello essere qui, altrove è brutto. Siamo fatti per questo. Altrove siamo come fuori posto… stiamo male.

Gesù usa la parola bello soltanto una volta in senso ironico, quando dice: “Bello quello che fate, siete bravissimi nell’imbrogliare Dio con le leggi che vi fate, eludendo il suo comandamento dell’amore”.

Poi dirà della donna di Betania: Ha fatto una cosa bella! Che richiama esattamente quando Dio fece il mondo, dopo ogni opera, vide che era bella, non buona. E quando fece l’uomo: vide che era molto bello. E noi siamo fatti per questa bellezza.

E' bello vivere insieme da fratelli! (salmo 133)

Ed è bello essere, non stare. Tra l’essere e lo stare c’è differenza. Lo stare lo cambi facilmente, l’essere no. È lì che siamo noi stessi. E tutto ciò che noi cerchiamo nella vita è sempre arrivare a quella pienezza, bellezza.

Il troppo bello, genera anche timore, da non saper cosa dire, esiste anche questo! È lo spavento del troppo bello!

- "E venne una nuvola che li copriva con la sua ombra!"

Ombra è una parola che nel suo significato originale vuol dire "nube carica d'acqua".

Ombra non come qualcosa di negativo, ma come occasione di fecondità e di vita. Tutto ciò che esiste porta con sé l'ombra. Non ci si può staccare dalla propria ombra.

L'ombra, è vero, ci intimorisce perché apre all'oscurità, eppure all'ombra si trova riparo. Dio stesso , lui la luce, ama rivelarsi attraverso l'ombra. L'angelo dirà a Maria: "la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra…"

Nessuno può toglierci di dosso la nostra ombra, né quella che altri allungano su di noi. Non la si può combattere…E' la luce che crea l'ombra, non ci fosse l'ombra non ci sarebbe la luce!

- "E dalla nube uscì una voce!"

Dalla nube esce una voce. Dio non ha volto, ma è Parola.

Qui è l’unica volta in cui il Padre si rivolge a noi.

E cosa dice? È un verbo, è un imperativo è un pronome: Ascoltate Lui. L’unico comando di Dio Padre è: ascolta Lui. Vuoi vedere il mio volto? Ascolta Lui! Se ascolti Lui, vedrai il mio volto, è il tuo volto che diventa uguale al suo. Trasfigurato come il suo. Non so bene cosa sia la trasfigurazione, ma so come ci si arriva. Noi diventiamo la Parola che ascoltiamo. Ed è la Parola che ci trasfigura o ci sfigura.

La parola ha un potere enorme sull’uomo, perché gli dà modo di capire, di sentire, di agire e di essere: siamo la parola. Se ascoltiamo la parola del Figlio, diventiamo figli, siamo il volto del Padre.

Ecco allora qual è il cammino della trasfigurazione: questo ascolto che, giorno dopo giorno, ti cambia.

Tra l’altro è interessante: l’occhio reagisce immediatamente, però superficialmente. Mentre la parola è un seme che entra, magari non ci fai caso e ti viene in mente dopo vent’anni: “Mi ha detto quella cosa importante!”. Mentre il vedere scompare subito e si sovrappone un altro vedere, le parole sono dei semi. Per questo è importante la lettura del Vangelo in una certa quotidianità. Perche davvero ti dà un modo di pensare diverso e un modo di agire diverso, un’opinione di te diversa.

Vi sarete accorti che leggendo il Vangelo, in realtà, non è che lo leggiamo, è il Vangelo che legge noi e ci dà una lettura di noi così bella che alla fine diciamo: “Che bello vivere!” e allora andiamo avanti giorno dopo giorno, ma si cresce sempre.

- La vita di Cenerentola è tutta giocata su questi due piani di luce e ombra, di paura di vivere e bellezza della vita.

L'essere umano è colui che fa continuamente esperienza del limite, dell'ombra, ma nello stesso tempo tende inesorabilmente alla bellezza.

Ci sono persone che si considerano semplicemente cenere e, sentendosi trattare come tali, finiscono col crederci. Eppure nel profondo intuiscono che sono fatte per altro. Sanno che c'è un fuoco che brucia sotto quella grigia coltre di polvere: è la brace del desiderio di sapere che la bellezza è un dovere da compiere. Rischiamo di pensare di non meritarci tutto questo, di non sentirci mai all'altezza.

Cenerentola siamo tutti noi quando sentiamo come colpa il desiderio di vivere pienamente. Ma Cenerentola sa, di essere di stirpe regale e non smette di credere alla propria bellezza interiore. E questo non è frutto di uno sforzo della propria volontà. Non si deve far nulla per diventare veramente se stessi. La vita non si guadagna, non si merita: non sarà mai il potere, l'avere, il successo a dirci chi siamo. Si tratta di una lenta trasfigurazione, un lasciare sbocciare, fiorire la vera forma del proprio essere attraverso l'intervento di qualcuno che ci ama, che ci sogna, che ci rivolge la parola.

Alla fine Cenerentola non fugge, si lava accuratamente il volto e comprende che è possibile togliersi di dosso finalmente l'inferiorità di cui si sentiva ricoperta, e si accorge di essere amabile con le sue ombre e col suo essere avvolta nella cenere.

Questo messaggio è semplicemente Vangelo: bella notizia!

L'uomo religioso è convinto che mostrare il proprio limite sia meritevole di castigo. Per questo Adamo si nasconde all'avvicinarsi di Dio.

Gesù insegna che proprio la nostra miseria, limite, fragilità, peccato diventano il luogo dell'incontro, dell'abbraccio e della festa.

Finchè Cenerentola resterà nascosta per paura, non potrà mai essere amata. Diventerà regina solo se si riconcilierà con la ragazza della cenere.

La nostra verità è data dall'abbracciare la nostra cenere e dal non calpestare la propria ombra.

"La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira, più che negli occhi di colui che la vede." (Gibran)

Non si tratta più solo di dire: "La bellezza salverà il mondo" - ma "noi dobbiamo salvare la bellezza!".

I domenica di Quaresima- 21.02.2021

Dal Vangelo secondo Marco -

- "Subito dopo lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano". (Mc 1, 12)

-Mercoledì è iniziato il tempo di quaresima: tempo di 40 giorni che precede la pasqua.

Il richiamo va ai 40 giorni che Gesù visse nel deserto prima di iniziare la sua missione, ma il ricordo va anche ai 40 giorni del diluvio ai tempi di Noè e ai 40 anni che gli Ebrei trascorsero nel deserto dopo essere fuggiti dall'Egitto.

Nel deserto vi si rifugiavano le persone senza radici, senza identità.

-Il deserto è un luogo di nessuno, dove si sta tra terra e cielo, senza l'ombra di un muro o di un recinto. Un luogo dove tutte le strade si perdono , ma anche dove tutte le strade potrebbero aprirsi. E' luogo di rottura ma anche di scelte. Nel deserto ci si entra condotti, quasi obbligati: dal deserto si esce con le proprie gambe.

Israele uscito dall'Egitto entra nel deserto come una accozzaglia di schiavi, vi esce una volta diventato popolo.

- La favola di Cappuccetto Rosso è la storia di un viaggio. All'inizio del viaggio è solo una bambina spensierata, legata alla figura materna: vive, agisce, compie azioni obbedendo a degli ordini. Non proferisce parole. Ma ad un certo punto è chiamata a lasciare la casa, al fine di intraprendere quel viaggio che la renderà donna, in grado , con la propria vita di essere autonoma, di dire qualcosa. A Cappuccetto Rosso viene richiesto solo di obbedire: deve portare il cibo alla nonna! Chissà quante volte l'avrà fatto! Certo si può vivere una vita intera accontentandosi solo di obbedire, di compiere sempre le cose per dovere, ma senza crescere mai. La vita non è semplicemente obbedienza a comandi che provengono da altrove, lasciando che la vita ci scorra a fianco, illudendoci di poter diventare adulti senza deciderlo o sceglierlo. Occorre invece intraprendere un viaggio, rischiare l'ignoto, per diventare ciò che si è chiamati ad essere. Non si cresce se non vivendo fuori e una volta fuori occorrerà mettercela tutta per ritrovarsi e non uscire di strada col rischio di smarrirsi.

- "Noi nasciamo a metà. Tutta la vita serve per nascere del tutto". (Maria Zambrano)

- Il bosco rappresenta il mondo, spesso oscuro, dove è facile perdersi, essere divorati, luogo in cui si vivono incontri drammatici; ma è anche luogo dove è dato diventare adulti. In ogni caso il bosco o lo si attraversa tutto o non si cresce affatto, ed è necessario attraversarlo da soli. Una volta usciti dal bosco si saprà che il coraggio non è il contrario della paura, bensì una paura attraversata.

- Il bosco di Gesù si chiama deserto. Il deserto diventa il luogo privilegiato della decisione. Gesù, nel suo bosco-deserto ha dovuto decidere se fare sua la logica del diavolo basata sul potere, l'avere, lo straordinario o la logica dell'amore , del dono di sé, della cura: quella logica di bene che richiede tempi molto lunghi e molta fatica per realizzarsi.

- Tentare viene da "peirazo" - sperimentare e da "peron" - punta. Tentare vuol dire allora: passare attraverso, attraversare tutto lo spessore della realtà. Nella tentazione o si diventa periti-esperti o si perisce!

Il lupo, le bestie selvatiche, il diavolo vorrebbero raggiungere gli stessi obiettivi di Dio: spingere l'uomo ad essere se stesso a realizzarsi, ma gli uni senza i tempi e la fatica del parto, mentre Gesù sceglie l'amore che non conosce scorciatoie.

- " Il deserto è bello!

- Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia, non si vede nulla, non si sente nulla, tuttavia qualcosa risplende nel silenzio…

- Ciò che abbellisce il deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo…"( piccolo principe)

- "Quanti deserti l'essere umano deve attraversare! E soprattutto il deserto che c'è dentro di lui".

IV domenica di Avvento - 20.12.2020

Un bambino, a cui fu chiesto, cosa disse l'angelo a Maria, scrisse: Dio chiese a Maria, "facciamo un figlio tutto mio e tutto tuo!"

E l'eccomi, il fiat di Maria sta per: "magari avvenisse quello che hai detto!".

Quante volte forse anche noi abbiamo desiderato che i progetti di Dio coincidessero coi nostri!

Quel "non conosco uomo" sembra ricordare come, umanamente parlando, i sogni più belli e più veri non si realizzano mai.

Questo incontro, dialogo attira tutta la nostra attenzione , interesse, fascino per cercare di carpire qualche spiraglio per questa nostra vita povera di speranza.

E' inquadrato all'interno di una visita, gesto molto amato da Gesù, soprattutto nel vangelo di Luca! E ringrazio le donne, teologhe, che hanno aperto prospettive inedite leggendo questi racconti in cui loro sono protagoniste. Mai Dio nella bibbia si era rivolto a delle donne! Qui emerge anche la natura dell'angelo. Ho letto una volta: "la differenza tra un uomo e un angelo è facile. La maggior parte di un angelo è dentro, la maggior parte di un uomo è fuori."

Inizia col dire che l'angelo entrò da lei, finisce col dire che uscì, partì da lei.

Scopo di quella visita: gioisci! E' quasi un comando! Quella visita vuole prendere per mano per andare insieme (com-andare) verso la gioia.

E' una visita, non sappiamo quanto sia durata. La visita di Maria ad Elisabetta si dice che sia durata tre mesi, un tempo determinato. Sembra anche che Maria sia partita prima che Elisabetta partorisse. La sapienza della visita non occupa l'intero spazio, non presume di esserci come presenza indispensabile.

Visitare è più leggero di abitare. La visita ha un tempo prestabilito. Inizia e finisce. Può sembrare un non volersi impegnare in maniera totalitaria, il non volersi coinvolgere fino in fondo, ma fino ad un certo punto. Ma se pensiamo all'incarnazione, quando nella pienezza dei tempi, la parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, si dice che pose la sua tenda tra di noi. La tenda rimanda a quell'abitare nomade, a quel dimorare inquieto di un Dio che si avvicina ma non si lascia possedere. La leggerezza della visita è portatrice di quel rispetto che non vuole riempire lo spazio dell'altro.

"Se uno si mette nei panni dell'altro, l'altro dove si mette?". (Lacan)

Il visitare non comporta solo il gesto dell'entrare, è necessario anche accogliere. Scelta impegnativa e faticosa accogliere corpi che invadono lo spazio intimo della casa e con essi, le storie di cui sono portatori. Aprire le porte di casa senza neppure avere l'autorità di farlo: Maria entra nella casa di Zaccaria , ma chi apre è Elisabetta! Penso a chi apre e accoglie lo straniero senza avere l'autorità di farlo!

Il visitare è legato al verbo vedere. La visita è un incontro di volti che sperimentano il movimento del volgersi gli uni verso gli altri, senza assorbirsi; visi che vedono e si lasciano vedere, senza mangiarsi cogli occhi.

Volti che si aprono al dialogo. Un dialogo vero che apre prospettive inedite: si tratta di fare una cosa che nessun uomo è mai stato in grado di compiere: dare all'umanità un volto nuovo che coincide con quello che Dio ha sempre sognato. Maria si domandava cosa volesse dire, come fosse possibile… vuole capire…

Troppe donne sono state piegate, ammutolite da una fede che asservisce senza liberare, che mette a tacere ogni dubbio e censura le domande. La fede richiede intelligenza e libertà. Chiede, si chiede: come portare avanti un simile progetto. Pur vedendone la bellezza si riconosce inadeguata. Dio risponde non con delle spiegazioni, e non è neanche questo che Maria chiede: lei chiede piuttosto a Dio che non la lasci sola, ma l'accompagni nel percorso.

E Dio promette di non perderla di vista, di essere la sua ombra. "Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali". (sal.36) L'ombra è lo spazio dell'amore: l'amore richiede l'intimità dell'ombra! La sua ombra coprirà Maria di Nazareth come un manto e quel gesto farà nascere qualcuno molto atteso da tutti: Gesù di Nazareth, il poeta increato, come ama chiamarlo Antonietta Potente, è nato nell'ombra. A Maria è chiesto di "non calpestare la sua ombra!".

Come unico segno viene dato Elisabetta che nella sua vecchiaia ha concepito un figlio!

Ogni generazione sembra non avere futuro, non essere in grado di generare e portare avanti progetti.

Maria ed Elisabetta sono a dirci che Dio apre la storia quando sembra che ormai non ci sia più niente da fare, ma non solo apre la storia quando ormai sembra essere troppo tardi, ma anche quando sembra essere troppo presto.

Oso pensare che il nostro vivere sia una visita che facciamo alla terra e mi piacerebbe che i modi e i tempi fossero scanditi su quelli di Maria.

Gli esseri umani e anche Dio sono fatti per visitarsi e accogliersi guidati da una sapienza relazionale, oggi più che mai necessaria, che insegna a riconoscere Dio, al di là dell'idolo, e i volti di uomini e donne oltre la strumentalità.

Se la visita é - alla lettera - incinta di Dio, l'accoglienza è la levatrice necessaria per mettere al mondo l'inedito di Dio, l'inedito dell'uomo. Con Simone Weil credo che «la vita del credente è comprensibile solo se in lui c'è qualcosa di incomprensibile», solo se in noi c'è un di più di ciò che è l'uomo: un sogno, un angelo, Dio, un amore e una gioia immotivati, una vita da altrove, come nel grembo di Maria; solo se in noi c'è qualcosa di cui dichiararci "servi".

III domenica di Avvento - 13.12.2020

Dal libro del profeta Isaìa

Is 61,1-2.10-11

Lo spirito del Signore Dio è su di me…

mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri...


Salmo Responsoriale - Lc 1,46-50.53-54

L'anima mia magnifica il Signore…

perché ha guardato l'umiltà della sua serva.


Seconda Lettura.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési - 1Ts 5,16-24

Fratelli, siate sempre lieti… Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie...

Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Questa è la testimonianza di Giovanni,

quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:

«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».

Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».

Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.

Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».

Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

- A NATALE NON SI FANNO CATTIVI PENSIERI,

MA CHI E' SOLO LO VORREBBE SALTARE QUESTO GIORNO.

A TUTTI LORO AUGURO DI VIVERE UN NATALE IN COMPAGNIA.

UN PENSIERO LO RIVOLGO A TUTTI QUELLI

CHE SOFFRONO PER UNA MALATTIA.

A LORO AUGURO UN NATALE DI SPERANZA E DI LETIZIA.

MA QUELLI CHE IN QUESTO GIORNO HANNO UN POSTO

PRIVILEGIATO NEL MIO CUORE,

SONO I PICCOLI MOCCIOSI CHE VEDONO IL NATALE

ATTRAVERSO LE CONFEZIONI DEI REGALI.

AGLI ADULTI AUGURO DI ESAUDIRE TUTTE LE LORO ASPETTATIVE.

PER I BAMBINI POVERI

CHE NON VIVONO NEL PAESE DEI BALOCCHI

AUGURO CHE IL NATALE PORTI UNA FAMIGLIA CHE LI ADOTTI

PER FARLI USCIRE DALLA LORO CONDIZIONE

FATTA DI MISERIA E DISPERAZIONE.

A TUTTI VOI

AUGURO UN NATALE CON POCHI REGALI

MA CON TUTTI GLI IDEALI REALIZZATI.

alda merini

- Le parole dei profeti e dei poeti non hanno età. Si richiamano e si incontrano aldilà del tempo e dello spazio. Così è per le parole di Isaia, Alle parole di Isaia e di Alda Merini fa eco la testimonianza del Battista quando gli chiedono : "chi sei?"- Domanda che potrebbe essere tradotta oggi con: "che cosa è il natale?"

E il Battista smentisce tutte le risposte scontate, perché contraddette dalla realtà!

E' un po' come quel rabbino che alla notizia della nascita del messia, si affacciò alla finestra che dava sul mondo e disse che non era possibile, visto che nulla era cambiato. Il sogno di Isaia è sempre più sfumato!

I carcerati sono ancora in carcere, gli schiavi ancora schiavi, i cuori spezzati ancora spezzati, per i poveri un messaggio di gioia è sempre più e solo un miraggio.

Il messia: il sogno di Dio e dell'uomo, è qualcosa di insito nella storia, ma che deve ancora e sempre emergere, venir fuori.

Gesù, resta il messia sconosciuto: recuperare la parte sconosciuta di lui, il suo mistero è il primo passo. Quel Gesù che conosciamo, non turba più le nostre coscienze: gli abbiamo dato una identità, lo abbiamo collocato al suo posto fra i beni di consumo, nelle radici stesse della nostra cultura, numeriamo persino gli anni a partire da lui.

Dobbiamo fare come il battista, figlio di un sacerdote, che ha lasciato il tempio e il ruolo ed è tornato al Giordano e al deserto, là dove tutto ha avuto inizio.

Io non sono l'uomo prestigioso che vorrei essere, né l'insignificante che temo di essere. Non sono ciò che gli altri credono di me: né santo, né solo peccatore.

Questa dovrebbe essere la presa di coscienza oggi di ciascuna persona , della chiesa, ma anche dell'umanità intera: rinunciare a ciò che pensiamo di essere o che gli altri vogliono che siamo. Occorre andare al di là dei nostri nomi, dei nostri desideri, dei nostri sogni.

Le tante contraddizioni che i profeti fanno emergere non sono effetti marginali della nostra esistenza, sono un effetto diretto del nostro modo di vivere, di impostare l'esistenza, del nostro sistema di valori. Tentiamo di illuderci col dirci che se esiste ancora la povertà è solo perché ci sono popoli che non hanno raggiunto il nostro livello di civiltà, ma sappiamo che non è vero: se noi vogliamo mantenere il nostro livello di vita, questi popoli devono rimanere nella loro condizione di povertà.

Dobbiamo ricominciare da capo. Non possiamo correggere il processo lasciando intatti modi, le strutture, le ideologie con cui abbiamo proceduto, dobbiamo riprendere in mano il filo del tessuto della storia.

Milioni di persone sono entrate nella zona della fame inevitabile perché le piccole economie di sopravvivenza elementare sono state distrutte.

Sono queste persone che che oggi ci costringono a cercare risposte non scontate alla domanda: chi sei? Cosa è il natale? cosa è la vita?

Allora ritrovare il senso del messia come sconosciuto, vuol dire ritrovare il senso di noi come sconosciuti.

Abbiamo bisogno di liberarci delle nostre identità. Siamo degni di vivere con la capacità di cogliere il nuovo e di farlo crescere, solo se , alla domanda: "chi sei?" non sappiamo rispondere, riconosciamo il nostro limite, la nostra parzialità. Non mentire su se stessi permette di aprirci allo sconosciuto che è dentro di noi, in mezzo a noi. E' il contrario di ciò che fece Pietro dopo l'arresto di Gesù!

A scuola, dopo aver sbagliato un problema, la maestra ci diceva che dovevamo ripartire dall'inizio, perché sbagliando la prima operazione tutto viene distorto. E' quello che i profeti di ogni tempo ci continuano a ripetere e come il Battista sono voce e testimoni della luce. E' profetico il linguaggio che ci mostra che cosa non torna nel nostro modo di vivere, qual'è la cifra sbagliata, che cosa si dovrebbe fare per dare al mondo una misura umana o messianica, che è lo stesso! E la prima operazione è che i nostri rapporti devono essere rapporti di fraternità, di solidarietà. Siamo arrivati ad essere sul pianeta terra come dentro la stessa cinta di mura, cittadini dello stesso villaggio, dove ogni uomo è fratello dell'altro uomo e la vita dell'uno e inscindibile dall'altra. Non si può costruire nessuna civiltà se non si parte da questo principio. E' ciò che ribadisce, con voce profetica papa Francesco nella sua ultima enciclica "fratelli tutti": "solidarietà è pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti, sull'appropriazione dei beni da parte di alcuni. E' lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro…la solidarietà è un modo di fare la storia. Il mondo esiste per tutti, perché noi tutti esseri umani, nasciamo su questa terra con la stessa dignità. Le differenze di colore, religione, capacità, luogo di origine, luogo di residenza e tante altre cose non si possono anteporre o utilizzare per giustificare i privilegi di alcuni a scapito dei diritti di tutti. Il diritto alla proprietà privata non va riconosciuto come assoluto, ma secondario rispetto al principio della destinazione universale dei beni creati…"

Gesù è quell'uomo sconosciuto, inedito che deve ancora venire! Quello che si sa è niente di fronte a quello che ancora si dovrebbe sapere di fronte alle domande che emergono dalla realtà in cui siamo immersi.

Ma i profeti debbono dare voce e un po' di luce a questa speranza: sono testimoni della luce, non del degrado, del peccato che pure assedia il mondo, ma testimone di speranza e di futuro, di un Dio e di un uomo sconosciuti ma che sono in mezzo a noi portatori di vita.

"Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie"

Laicizzando la profezia, riconducendola alla dimensione del vivere quotidiano, è un appello ad un futuro umano di cui il magnificat di Maria diventa il canto dei poveri.

"Il profeta è colui che guida l'umanità a pensare in altra luce" (Maria Zambrano)


II domenica di Avvento - 06.12.2020

Isaia 40,1-5.9-11

"- dice il vostro Dio -

Parlate al cuore di Gerusalemme…"

- Salmo 84

- "Giustizia e pace si baceranno…"

- 2 Pietro 3,8-14

- "Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia"

- Marco 1,1-8

- Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.

Come sta scritto nel profeta Isaìa:

«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:

egli preparerà la tua via.

Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri»,

vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.

Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.

Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

- Inizio del vangelo…Vangelo vuol dire "buona - bella notizia".

C'è bisogno di belle notizie! Solo a partire da una bella notizia, da uno straccio di speranza, almeno intravista, si può ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami. Inizia così la bibbia: Dio guardò e vide che che era cosa buona, bella! A fondamento della vita c'è una cosa buona!Questa buona notizia, per Marco, è un uomo che si chiama Gesù.

A quei tempi "buona notizia" era una grande vittoria in battaglia o la nascita del figlio dell'imperatore.

Come può, l'uomo Gesù, essere una buona notizia? Portatrice di grande gioia, diranno gli angeli ai pastori. Un uomo la cui vita si è sviluppata su circa sessanta chilometri di lunghezza e trenta di larghezza, in una terra povera e insignificante. Un uomo che non ha fatto nessuna impresa straordinaria, neppure miracoli! figlio di gente povera e semplice! Eppure la bella notizia è proprio questa: la vita fiorisce nella quotidianità, nella bontà delle creature, nei sogni coltivati insieme, nella bellezza seminata nel mondo, negli occhi che accarezzano e guariscono quando guardano, nella voce che incanta i bambini e dona perdono e pace, che disegna un altro mondo possibile, un altro cuore possibile.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che di crescita, abbiamo bisogno di attenzione: attenzione a chi cade, al sole che sorge e muore, ai ragazzi che crescono… dare valore a un muro scrostato, al silenzio, alla fragilità, alla dolcezza.

Questa buona notizia è un inizio da cui fioriscono altri vangeli, altre buone notizie che ogni giorno aiutano a far ripartire la vita.

Antonietta Potente ama chiamare l'uomo Gesù: il poeta increato. "Il poeta trae dal non essere ciò che in esso geme, dandogli nome e volto. Colui che fa sì che l'umano non si addormenti (la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Naim, Lazzaro…) I suoi gesti sono estrazione di voci e volti, là dove tutto sembrava muto o senza forma. Gesù aveva già visto che il paralitico poteva camminare, mentre i suoi amici lo calavano dal tetto; aveva già colto la possibilità di strappare dal giudizio quella donna sorpresa in adulterio. Non è un sapere onnisciente, è un sapere da poeta. Non è la sua divinità che gli suggerisce che l'altro può camminare, può vedere, può rialzarsi, può imparare a vivere in pienezza, ma è il suo sogno originario che vede l'umano nella sua origine più profonda: bello, libero, vero, luminoso, che non provoca morte attorno a sè. Il suo dolore è vedere che la realtà non è in sintonia con la sua poetica. Comunicando, al di là di ogni credo o appartenenza, sul piano dello spirito, del cuore, di quella parte più profonda di noi, quel "deserto" dove si è soli con se stessi e che ciascuno possiede: lui riesce a leggere l'infinito desiderio delle persone, il loro sogno nascosto. Ripeteva sempre:"la tua fede, la tua profonda sete di essere, ti ha salvato". (A. Potente)

- Questi sono miracoli! Io credo.

Questo è l'inizio di una nuova storia, un inizio che chiede di essere portato a compimento…

Inizio del VANGELO di una notizia capace di cambiare la storia guardandola con gli occhi di un poeta.

Questo voleva dire Isaia, altro poeta, di cui Gesù ha ripreso i sogni, quando dice "parla la cuore di Gerusalemme…" E Gesù parlava al cuore.

- Il deserto, dove riparte tutto, è il luogo incontaminato della vita, è il luogo dove la vita ritrova la sua origine, il deserto è il cuore della vita, della terra. Non è un luogo fuori dal mondo, è il cuore del mondo, il luogo dove la vita della gente semplice e umile lotta e prega continuamente per dare un volto alla vita, dove uomini e donne sognano di poter vivere in piedi, dove ogni parola, ritrova il suo significato, scacciando paure e demoni.

Se la parola non raggiunge queste persone non è "vangelo".

E' nel deserto che risuona una voce, che la Parola trova voce per esprimersi e farsi accogliere, perché "l'essenziale è invisibile agli occhi, si coglie solo col cuore…".

Le parole ci sono sempre, il vangelo è sempre lì con la sua forza, ma ciò che manca è una voce che lo dica, che sappia ridargli quella vita che Gesù sapeva tirar fuori da ogni cosa: dall'acqua, dal pane tanto da farli diventare acqua viva e pane vivo. Se una parola non parte dal cuore e non arriva al cuore non porta nessun "vangelo".

Oggi la chiesa possiede quelle parole, continua a dirle, sono sempre parole vere, non sono sbagliate, ma risuonano logore, vuote, utili solo all'auto-conservazione di sè. Non basta parlare di vangelo, occorre far parlare il Vangelo. Ma il vangelo è vita, è la vita di uomini e donne senza storia, ma che fanno la storia. Occorre dare voce a chi parla con la vita.

Occorre ritornare nel deserto a ritrovare il significato originale - verginale di quelle parole antiche, metterle in bocca ad una voce che sappia vibrare e trasmettere emozioni, parlare al cuore. "Ecco la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" dice il profeta Osea.

Di Gesù, anche i suoi avversari dicevano"nessun uomo ha mai parlato come lui". (Gv.7,47)

Dare vita alle parole perché le parole diano vita a noi. E' un viaggio di resurrezione! E bello pensare che in latino per la parola libro e la parola libero si usi lo stesso termine "LIBER". Il libro mi rende libero. Non è un caso che i detentori del pensiero unico , esclusivo ed escludente la prima cosa che fanno è bruciare i libri, bruciare il pensare perché hanno paura degli uomini liberi e di chi e che cosa li rende liberi.

La parola, se liberata, libera!

Bisogna diffidare delle parole che non hanno più la vibrazione dei sogni. E' solo con i sogni - se poi sono anche i sogni di Dio! - che si va avanti.

La chiesa, noi, siamo chianti a continuare a proclamare a vivere questa bella notizia di Gesù, il Cristo, il poeta increato, in cui anche Dio si è rispecchiato e lo ha riconosciuto come figlio.

E se nel deserto tutte le vie si perdono, dal deserto tutte le vie possono ripartire.

E' desiderio di tanti quello di aprire una via, di trovare una via d'uscita che non si riveli una strada senza sbocchi per questa terra che amiamo, una via per tutta l'umanità, una via che porti all'incontro tra la giustizia e la pace.

Due valori che sembrano essere in contraddizione: chi lotta per la giustizia non ha pace e chi vuole la pace rischia di sacrificare la giustizia. Occorre

abbassare i monti, colmare le valli perché giustizia e pace si incontrino.

"Amore e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno.

Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;

giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino. (Salmo 84)

- Che sia sempre e solo l'inizio!

I domenica di Avvento - 29.11.2020

Liturgia della parola

Dal libro del profeta Isaìa - (Is 63, 16-17.19; 64, 1-7)

-Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie…?

Ritorna per amore…

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie…

... come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia;

Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Sal.79

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1 Cor 1, 3-9

Fratelli, grazia a voi e pace… a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo…dal quale siete stati chiamati alla comunione!

Dal Vangelo secondo Marco - (13,33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.

Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati.

Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

- L'avvento cade in un periodo dell'anno in cui la natura, sfinita per i frutti, si addormenta, le giornate vedono diminuire la luce, per ricordarci che la nostra vita, coi suoi tempi e le sue stagioni, forma un tutt'uno con la natura. Ritmo umano, ritmo dello spirito e ritmo della terra sono una cosa sola. In ogni cosa c'è un'attesa: uomini, animali, creature animate e inanimate, tutto e tutti attendiamo, gemiamo nell'attesa.

Non c'è vita piena là dove non c'è capacità e volontà di attendere.

- Nelle nostre giornate riceviamo tanti avvertimenti a prestare "attenzione": per strada troviamo cartelli che ci invitano a fare attenzione!

Come spesso riceviamo l'invito ad "attendere": ad esempio quando facciamo un numero telefonico…

Attenzione e attesa sono le due parole dell'avvento, parole imparentate che significano "tendere verso". Quando Gesù dice:"Fate attenzione, vegliate" invita a questo atteggiamento di tensione verso una meta, a puntare avanti, senza lasciarsi prendere dalla rassegnazione.

Vegliate, fate attenzione, vivere in attesa è il contrario della noncuranza, della distrazione, della indifferenza, della superficialità, del disinteresse nei rapporti e verso le situazioni; dell'inconsapevolezza del peso delle parole, incuria degli oggetti, trascuratezza dei luoghi.

Veglia e attende chi ha cura per tutto e tutti. Avere cura significa riconoscere il valore di ogni singola persona, prestare attenzione ad ogni singola parola, al gesto più semplice: parole e gesti che giorno dopo giorno fanno una vita. Per vegliare occorre essere tutto lì dove si è, senza escludere nulla di sé, senza evadere dal presente né rifugiarsi nel passato.

- A volte il rischio dell'attesa è quello di aspettare che una determinata situazione passi per poter ricominciare da dove eravamo rimasti. Aspettiamo che questa pandemia passi per tornare alla normalità… sono tante le cose che speriamo passino e che arrivino tempi migliori e nel frattempo la vita sembra sospesa.

Ma l'attesa è impegno e fatica: è riscoprire la bellezza del percorso prima del traguardo, l'importanza dell'impegno prima del risultato, la gioia del cammino prima dell'arrivo alla meta.

Il tempo e il luogo dell'attesa è la notte. Ciò che dobbiamo attendere non è qualcosa di eclatante, altrimenti non ci sarebbe bisogno di prestare troppa attenzione.

Se è necessaria attenzione vuol dire che ciò che potrebbe avvenire non ha niente di straordinario! I pastori che vegliavano nella notte non videro che un bambino avvolto in fasce in braccio a sua madre!

E per vegliare non abbiamo grandi strumenti: abbiamo l'unica cosa necessaria per scrutare il buio, una lampada: "La tua parola è lampada ai miei passi" (salmo 118).

Disponiamo solo della piccola fiamma di una lampada, che non permette di vedere tutto, ma solo quanto basta per muovere i passi; non possiede la chiarezza su tutto, non dà certezze incrollabili, non offre verità assolute da imporre con forza, non permette l'arroganza di chi presume di possedere tutta la verità. Chi veglia nella notte cerca la verità con la stessa fatica con la quale nel buio si cerca il cammino.

Vegliare nella notte significa prendere coscienza che la notte è il tempo del silenzio, dei sussurri. Nella notte non si grida: il vangelo si misura col silenzio della notte. Il vangelo non è una ideologia di cui far propaganda, il vangelo è "buona notizia" e una buona notizia si racconta. Un racconto si addice di più al silenzio della notte che alla piazza affollata. Avvento è saper raccontare il vangelo, senza infrangere il silenzio della notte.

- Dice il profeta Isaia "noi siamo argilla, opera delle tue mani". - Parole che richiamano alla nostra fragilità, siamo ancora un'opera incompiuta. Dice ancora il profeta: "tutti i nostri atti di giustizia sono come panno immondo". Tutti i nostri atti di giustizia e non le cose ingiuste! Tutto quello che abbiamo fatto potrebbe essere ingiusto anche se avvallato dal diritto internazionale. Consapevoli di questa fragilità dobbiamo osare mettere in discussione tutte le ideologie e quella scala di valori che credevamo acquisti definitivamente.

Non sappiamo cosa verrà, ma possiamo sapere che ciò che verrà sarà un di più di umanità, di giustizia. Viene chiamato figlio dell'uomo, Messia, Cristo: "la manifestazione del nostro Signore Gesù Cristo". Si tratta di tutto ciò che rende più umana la vita sulla terra, che rende più libero un popolo, più giusta, più vera, più dignitosa la vita anche di una sola persona, ciò che rende questa terra più simile ad un giardino che ad un deserto. L'umanità è la cosa più rara che esista sulla terra. Questa comparsa di un po' più di umanità è il segno che Dio è venuto.

Allora il vegliare è l'atteggiamento di Maria che affidandosi solo ad una parola ha saputo attendere un figlio e crescerlo come un uomo di cui anche Dio si è compiaciuto. Ha fatto sì che in quel figlio il cielo e la terra si rispecchiassero.

Dio che continua a modellare questa argilla per fare un uomo a sua immagine somiglianza…ma sembra proprio non riesca a farlo da solo… si affida alle nostre mani!

Il vegliare è la scelta di un san Francesco che nella povertà ha incarnato l'atteggiamento più vero per andare incontro all'altro come fratello, alla terra come sorella e madre, a Dio come padre.

Il vegliare è la resistenza di tanti popoli che vogliono difendere la loro dignità.

Il vegliare è l'attesa di chi, in un campo profughi, aspetta di attraversare il mare nella speranza di trovare una casa.

Il vegliare è l'attesa che in famiglia si riapra un dialogo.

Il vegliare è l'attesa di quei giovani che progettano un futuro non solo per sé, ma per tutti e per tutto.

Il vegliare è l'attesa di chi lotta e prega per vincere e superare una malattia.

Il vegliare è l'attesa del prigioniero che sogna la libertà; dell'affamato che sogna il pane vivo; dell'assetato che sogna l'acqua viva; dell'ignudo che sogna un vestito nuovo; dello straniero che sogna una patria.

Il vegliare è non lasciare indietro nessuno.

Il vegliare è non far morire l'immagine di Dio dentro di me.

Il vegliare è la lotta di tanti uomini e donne che hanno lottato per togliere un po' di quella "giustizia immonda" che ferisce il volto di questa umanità.

Vegliare è ricordarsi di tutte queste attese.

Vegliare è "camminare su sentieri smarriti".

Il nocciolo e la scorza - 04.11.2020

Attorno a queste parole la teologa Antonietta Potente ha raccolto alcuni pensieri sull'inquietudine del momento storico che stiamo vivendo. Pensieri che mi piace riprendere e fare miei.

Il termine pensiero deriva dal latino pensum che indicava la quantità di lana pesata che veniva assegnata alle filatrici. La realtà attuale, si può ancora pensare, soppesare e tesserla?

Una domanda si affaccia nella mente e sulla bocca in questi giorni: che senso ha ciò che stiamo vivendo? Sembra di essere in mezzo ad una "tempesta di vento che impiglia anche le ali degli angeli". ( Walter Benjiamin)

E noi precarissimi esseri umani , troppo leggeri per resistere al vortice.

Tutti sapevamo che il mondo non poteva sostenere, la velocità in cui stava andando, ma a fermarci è dovuta essere una forza esterna, che però rischia di farci chiudere sempre più nel nostro guscio. Siamo stati superficiali e ora che questa tempesta ha spazzato via tutte le nostre sicurezze, ci sentiamo nudi e non capiamo più il senso.

Tutto sembra essere in-significante!

Nel corso della storia, l'umanità si è trovata più volte nella dialettica tra ciò che ha un senso o che non ce l'ha. Ha creato gerarchie, discriminazioni, violenza, arrivando al rifiuto dell'insignificante sia esso fatto di donne, uomini, piccoli, anziani e animali, piante, cose…

Insignificante per noi sta per banale, futile, marginale: qualcosa o qualcuno senza alcun valore e senza importanza. Ma se scomponiamo questo termine e lasciamo emergere le due parti che lo compongono si intravvede un'altra possibilità: "in" sta per "essere dentro", quindi in-significante potrebbe volerci dire che il senso è nascosto. Il senso del reale sta dentro e non è facilmente riconoscibile.

Vivendo sempre più omologati, sempre più superficialmente abbiamo perso l'anima: "non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima!".(Mt. 10,28)

E dopo essere stati spogliati di ciò che è essenziale per la vita siamo stati catalogati come insignificanti. Lo dicono molti uomini alle donne, gli intellettuali a coloro che non lo sono, i ricchi a chi non lo è; lo dicono gli esseri umani al Pianeta guardandolo solo come luogo di sfruttamento.

Per trovare un senso alla realtà forse bisogna ripartire da tutto ciò che finora abbiamo considerato in-significante, tutto ciò che la cultura ufficiale disprezza: persone,avvenimenti, ecosistema.

Quando leggo la bibbia mi colpisce la banalità delle sue storie e dei suoi personaggi. Sono storie di uomini e donne che hanno a che fare con dolori, amori, passioni. Sono ambientati in luoghi periferici. Non sono riportati in nessun libro di storia.

In questi giorni mi tornano spesso alla mente le beatitudini. Questa estate parlando con un gruppo di bambini sulle rive di un fiume, abbiamo fatto alcune riflessioni: da quanto tempo scorre quest'acqua? per quanto tempo ancora scorrerà quest'acqua? Sembra sempre uguale eppure si rinnova continuamente! E poi quanta vita sulle rive di questo fiume! Non è stato difficile passare da un fiume di acqua ad un fiume di gente…ha le stesse caratteristiche! Questo fiume di gente che da chissà quanto tempo e chissà per quanto tempo ancora si rinnova e alimenta la vita sulla terra è il popolo delle beatitudini. Un popolo di persone di per sé insignificanti. Credo che la realtà vada colta alla luce di queste categorie di persone con le loro storie insignificanti. Come abbiamo abbiamo deviato, sotterrato il corso dei fiumi, così non abbiamo tenuto conto di questo fiume di gente, pensando fosse altro a muovere la storia. E' tempo di riportare in superficie e al suo corso naturale questo fiume, che non ha mai smesso di scorrere. Adesso sente il bisogno di emergere, di rompere gli argini. Tutto l'in-significante, quello che inabita il parto della vita, lo sforzo di tanti uomini e donne, lo sforzo del lavoro dei contadini, dell'esperienza dei deboli e dei semplici: tutto questo e altro ancora ha qualcosa di divino o chissà: è divino!

Scoprire il senso non significa comprendere tutto della vita, della realtà, si tratta di intraprendere lo stesso viaggio che intrapresero Abramo, Mosè, Noemi e Rut, Maria e Giuseppe, i Magi, l'amico Lazzaro…Per cercare quell'umano più umano che sognava Vittorio Arrigoni, quell'uomo inedito che sognava Ernesto Balducci, quell'uomo che nasce non dalla carne e dal sangue, ma dall'alto e dallo Spirito.

Scriveva Arturo Paoli: «Cosa ci muove, nel breve lungo viaggio della vita, se non il desiderio di ciò che è oltre? Oltre l’oggi, oltre le delusioni, oltre le conquiste, le vittorie e le sconfitte… Al futuro, guardo con attesa, in timore e tremore, ma anche con relativa, per quanto povera, fiducia».

Rilke ha scritto: “Nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare, ma per noi che sappiamo, anche la brezza sarà preziosa.”

E allora diamo tempo a tutto ciò per cui non abbiamo mai avuto tempo perché avevamo cose più importanti da fare, diamo tempo a quelle persone per le quali rimandavamo sempre, diamo tempo a quei gesti, quelle parole che potevano sempre aspettare...

Diamo tempo alla preghiera come la zolla che si offre all’acqua che la vivifica e la rende feconda. Una preghiera che ci renda, pazienti servitori dei cieli,

amici misericordiosi di chi attende, che tutto acquisti senso.

Diamo tempo all'ascolto per imparare a parlare, al sognare per poter sperare…

Sorrivoli 04 - 11 - 2020

Pasquale


VI domenica di Pasqua - 17.05.2020

Vangelo Giovanni 14, 15-21


​In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

"Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe:

la sua speranza è nel Signore suo Dio,

che rimane fedele per sempre:

il Signore sostiene l’orfano e la vedova". ( salmo 146)

- "Non vi lascerò orfani"

La fedeltà di Dio si mostra nel sostenere l'orfano e la vedova: le persone senza protezione, senza qualcuno che si prenda cura di loro.

La fedeltà di Dio si presenta attraverso delle promesse: “Io pregherò il Padre” (v. 16), “Non vi lascerò orfani” (v. 18), “Verrò da voi” (v. 18).

Promettere è dare forma al futuro mediante le nostre parole. La promessa disegna il futuro. La promessa è l’amore che si impegna, che diviene responsabilità, che assume l’altro e la storia. Sì, la parola della promessa esprime l’amore di chi promette. E manifesta l’amore come volontà di prossimità, di presenza, di non abbandono: non vi lascerò orfani, verrò da voi, sarò in voi. E come ogni amore autentico è impegno e fatica.

- Pregherò per voi…pregare è farsi carico del peso degli altri.

Il Padre vi darà un Paraclito: parola difficilmente traducibile per indicare lo Spirito nella sua funzione. Lo Spirito è colui che chiamato, (da qualcuno per qualcosa) viene in soccorso, in aiuto, in difesa. E' al tuo fianco quando sei in difficoltà.

Il Paraclito è lo Spirito di Verità. Diceva Turoldo: "mi interrogo su cosa significhi - Spirito di verità -? Non basta la verità, bisogna avere lo Spirito di verità! Posso avere la verità, ma non lo Spirito. Tutte le verità, tutte le teologie senza Spirito sono opprimenti".

Lo Spirito di Verità permette di accogliere i comandamenti e di osservarli.

Chi accoglie i miei comandamenti, chi mi ama, li osserva…

I comandamenti sono i suoi, non sono più quelli di Mosè. Non sono imposti, ma sono dentro di noi. Se uno ama , osserva, guarda con attenzione, cerca di cogliere i desideri dell'altro, porta sempre con sé lo Spirito dell'altro.

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v. 15); “Chi accoglie (letteralmente: “ha”) i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” (v. 21). Osservare i comandamenti rinvia a una pratica che investe tutto il corpo, come ricorda il Deuteronomio che chiede che i comandamenti stiano fissi nel cuore, siano legati alla mano, siano come pendaglio tra gli occhi, siano ripetuti mentre si è in cammino, quando si è in casa, siano detti ai figli, siano presenti allo spirito dell’uomo quando si corica e quando si alza, cioè sempre (cf. Dt 6,6-9). E questo è ciò che dà adempimento al comando del Signore “tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5). Solo quando il comando del Signore passa nel corpo, diviene cioè gesto, relazione, storia, esso plasma e cambia chi lo mette in pratica.

La seconda lettura riporta queste parole di Pietro:

"…pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi". (1 Pt.3,15)

La speranza a cui dobbiamo rispondere e che nessuno si senta orfano.

Penso che oggi noi siamo chiamati ad essere il Paraclito per tutti gli "orfani" del nostro tempo, per tutti coloro che chiamano chiedendo aiuto.

In una società, nella quale si impone la disuguaglianza in dignità e diritti, restare indifferente o in silenzio è in definitiva rendersi complici delle sofferenza dei più deboli. L'amore e l'osservanza dei comandamenti si manifesta nell'essere benedizione per gli altri.

In un mondo che toglie il respiro, lo Spirito, un mondo che alimenta la menzogna, solo persone piene di Spirito di verità, potranno imprimere una svolta nuova alla civiltà e alla storia. L’esito del dono dello Spirito è trasformare chi si lascia abitare dallo Spirito in uomini e donne portatori di benedizione.

Beati i poveri, ricchi solo dello Spirito: di essi è il regno dei cieli. Sì, perché il cielo, il cuore dell'uomo è la dimora dello Spirito.

Da domenica 24 maggio riprenderemo a fare la messa.

Si farà a Villa Dionora alle 11,15.

Queste riflessioni cercheremo di portarle avanti fino alla festa di Pentecoste:

31 maggio!

Don Pasquale

IV domenica di Pasqua - 03.05.2020

- Dal Vangelo di Giovanni 10,1-11.16

“In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo:

«In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore…Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile. Anch'esse devo guidare, ascolteranno la mia voce e saranno un solo gregge, un solo pastore”

Commento:

- "Il pastore, perché sia pastore veramente, deve essere buono: come l'uomo è veramente uomo quando è buono.

Ma la bontà è parola troppo generica e può essere abusata facilmente da chiunque.

"Perché mi chiamate buono? Uno solo è buono, il Padre mio che è nei cieli".

Ed ecco che Gesù per restituire alla bontà il suo genuino valore, la sottrae ai criteri di perfezione individuale, dandole per misura la croce.

"Il buon pastore è colui che mette la propria vita per le sue pecore".

Secondo il Signore non ci sono vie di mezzo: o si è pastori buoni o mercenari. In un qualsiasi ufficio se non sono disposto "a mettere la mia vita", sono un mercenario. (D. primo Mazzolari)

- Il buon pastore entra per le porta: la porta è l'intelligenza e la libertà dell'uomo!

Il guardiano gli apre: Noi siamo il guardiano della nostra vita.

Il pastore buono entra per la porta, nel rispetto della libertà, senza forzare…

La porta si apre dal di dentro.

- Le pecore ascoltano la sua voce: voce è un termine che dice relazione, intimità.

Prima ancora delle cose dette, viene la voce.

Nel Cantico dei Cantici si dice: "mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce!".

Il rischio è quello di passare da una chiesa che ascolta ad una chiesa che parla.

Ci sono persone che hanno bisogno di essere ascoltate, perché solo se

ascoltate possono sapere che ci sono e ci sono per qualcuno.

La prima maniera di dire ad un altro : "tu ci sei per me", è mettersi in ascolto.

Ascoltare è amare.

Questa voce è iscritta nel cuore di ogni uomo, nel cuore delle cose…

Chi è dalla verità ascolta la mia voce.

- Chiama per nome. In genere le persone sono numeri. per Dio sono nomi, storie.

- E le fa uscire. Il buon pastore non rinchiude le pecore in altro recinto, ma dona loro

la libertà.

- Ci sono altri recinti, altre pecore…anch'esse io devo condurre fuori.

I luoghi ristretti, chiusi sono tanti e diversi. Da tutti il buon pastore vuole fare

uscire chi vi è rinchiuso. In questo tempo di chiese vuote sarebbe bello non

preoccuparci di tornare a riempirle, ma di come ridare un' anima al mondo.

- Un solo gregge e un solo pastore: non dice un solo ovile. Il buon pastore non è

colui che viene per fare un solo recinto un solo ovile, magari più grande, ma per

portare tutti fuori da ogni ovile. Si parla di un solo gregge fuori da ogni ovile, che

pascola in libertà.

Per dire pascolo usa il termine "nomè" che assomiglia molto a nomos, che

significa legge. In Gesù non si trova una dottrina da osservare, ma un pascolo

dove potersi nutrire per vivere.

"io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in sovrabbondanza:"

- L'aspetto decisivo per un pastore non è l'aspetto cultuale, rituale, o sacro.

Non è l'ortodossia delle idee religiose, né che che il pastore sia celibe o sposato,

uomo o donna…Gesù non fa riferimento a nessuna di queste cose.

Cosa interessa a Gesù? La relazione esemplare del pastore con il suo gregge!

- Riprendiamo le parole di don Mazzolari:

Si cerca un uomo.

Si cerca per la Chiesa un prete capace di rinascere

nello Spirito ogni giorno.

Si cerca per la Chiesa un uomo senza paura del domani

senza paura dell'oggi senza complessi del passato.

Si cerca per la Chiesa un uomo

che non abbia paura di cambiare

che non cambi per cambiare

che non parli per parlare.

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di vivere insieme agli altri

di lavorare insieme di piangere insieme

di ridere insieme di amare insieme

di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di perdere senza sentirsi distrutto

di mettere in dubbio senza perdere la fede

di portare la pace dove c'è inquietudine

e inquietudine dove c'è pace.

Si cerca per la Chiesa un uomo

che sappia usare le mani per benedire

e indicare la strada da seguire.

Si cerca per la Chiesa un uomo

senza molti mezzi, ma con molto da fare,

un uomo che nelle crisi non cerchi altro lavoro,

ma come meglio lavorare.

Si cerca per la Chiesa un uomo

che trovi la sua libertà nel vivere e nel servire

e non nel fare quello che vuole.

Si cerca per la Chiesa un uomo

che abbia nostalgia di Dio,

che abbia nostalgia della Chiesa,

nostalgia della gente,

nostalgia della povertà di Gesù,

nostalgia dell'obbedienza di Gesù.

Si cerca per la Chiesa un uomo

che non confonda la preghiera

con le parole dette d'abitudine,

la spiritualità col sentimentalismo,

la chiamata con l'interesse,

il servizio con la sistemazione.

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di morire per lei,

ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;

un uomo capace di diventare ministro di Cristo,

profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.

Si cerca per la Chiesa un uomo.

III domenica di Pasqua - 26.04.2020

- Non so se sia nata prima la messa o prima questo racconto: di certo una rispecchia l'altro. E' bene leggere questo racconto come fosse una messa.

- La messa è un camminare insieme , mai da soli, portando il peso dei propri problemi, lasciandoci interrogare da questi.

- Permettere a chi viene da fuori di darci una lettura che da soli, all'interno dei nostri schemi non riusciamo ad elaborare.

- Mettere insieme le nostre storie con quella di Dio per farle diventare cibo per la nostra vita e una finestra per la nostra speranza.

- Spezzare il pane e donarsene un pezzo.

- Riprendere infine il cammino con rinnovato entusiasmo, anche se la strada si presenta in salita, perché il ritorno a Gerusalemme è in salita e al buio.

- "Due di loro erano in cammino verso un villaggio distante 60 stadi da Gerusalemme, di nome Emmaus…"

Uno stadio è 600 piedi, 60 stadi sono 36.000 piedi, circa 11 Km.

Ma nessuno ha mai trovato dove fosse questo villaggio, forse perché è impossibile trovare il luogo delle nostre fughe!

In Luca tutto il vangelo racconta il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, qui invece si narra della fuga da Gerusalemme. Gerusalemme rappresenta il luogo della presenza di Dio, questi due invece si allontanano da Dio.

- Pur fuggendo non se ne vanno da soli, sono in coppia e nonostante tutto parlano fra di loro: anzi riflettono, discutono, pregano: sono tre i verbi che cercano di descrivere il loro parlare.

Parlano delle cose che sono accadute. Il loro cuore brucia ancora al ricordo di Gesù.

Non hanno ancora elaborato il lutto per la sua morte.

Cercano insieme: la resurrezione sarà sempre un argomento caldo e dibattuto, motivo di speranza, ma anche di eventuale delusione.

E Gesù? Cammina con loro…insegue tutte le nostre fughe, come quel pastore che va in cerca della pecorella smarrita.

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro…Quando noi parliamo di lui, il Signore è presente. Veramente quando tu parli di uno che ti sta a cuore, lui è presente. Una persona è presente nel racconto che se ne fa.

-Ma i loro occhi erano "impossessati" perché non lo riconoscessero.

I nostri occhi non vedono la realtà, perché posseduti dalle nostre paure e delusioni.

Ed ecco che Gesù, dopo aver camminato con loro, fatto silenzio, ascoltato, rivolge la parola e domanda: di cosa state parlando?

Era accaduto un giorno che mentre erano in cammino verso Gerusalemme: gli apostoli, si erano messi a parlare tra loro, senza farsi sentire da lui finchè si avvicinò per far loro la stessa domanda: "che discorsi state facendo tra voi lungo il cammino?". Allora parlavano di chi fosse il più grande...

Si fermarono col volto scuro: il volto è relazione, se è scuro , nero, vuol dire che non c'è relazione , è espressione di una morte che è dentro.

Tu solo sei così forestiero, "straniero" da non sapere cosa è capitato? Sembra che vedano quello che è capitato come riguardasse solo loro.

Insiste: che cosa?

Nella risposta c'è una perfetta lezione di catechismo: sanno tutto di Gesù, di Dio, conoscono il vangelo a memoria…ma non hanno capito niente!

Speravamo…Si è dimostrato un sognatore… Ha sbagliato i calcoli… ci avesse ascoltato…avesse fatto accordi con qualche potente, invece se li è messi tutti contro: i romani, i sacerdoti, i capi del popolo, e anche noi che eravamo pronti a tutto…ci ha traditi, eppure sapeva bene che saremmo stati disposti a combattere e morire per lui se solo ce lo avesse chiesto. Invece col suo rifiuto di ogni forma di potere…eccoci qua, senza progetti, senza speranze…tornare alla solita vita di prima senza gusto.

La storia la fanno i potenti!

Questo è ciò che vedono!

- Allora prende lui la parola, il forestiero!

"Il forestiero ha negli occhi la luce di mari lontani, vorrebbe aprire nuovi orizzonti.

Ha nei capelli il soffio di venti forti, vorrebbe dissipare nebbie e foschie.

Ha nella bocca il sapore di suoni ignoti, vorrebbe narrare vicende seducenti.

Ha nel cuore il ricordo di volti amati, vorrebbe offrire mani amiche". (Hans Weissen) Definisce il loro malessere, il loro stato d'animo: gente senza cervello e senza cuore, che non sa usare né la testa né il cuore.

Non è facile constatare all'improvviso che di noi stessi e della nostra vita sappiamo meno di quanto credessimo.

Allora comincia a spiegare loro tutte le scritture, cominciando da Mosè, cioè dall'inizio della storia, cerca di raddrizzare le loro aspettative. La vita di una persona non si riduce al tempo in cui tu ne hai fatto esperienza, non puoi ridurla all'arco di tempo che va dalla nascita alla morte, tanto meno a quei pochi anni in cui tu l'hai condivisa. La vita di una persona ha radici molto antiche, perché: "amati prima della creazione del mondo" (Gv. 17,24)

Ogni essere umano è un miscuglio di paura e desiderio, di polvere della terra e polvere delle stelle. E mentre si avvicinano al villaggio, fa come se dovesse andare oltre, e in questo andare oltre ci sta tutto il mistero della vita: la vita non si ferma con la morte. Il villaggio, per noi è l'ultima tappa della vita, mentre per Dio c'è sempre un "oltre"…

Questo intendeva Gesù, quando dice di Lazzaro: scioglietelo, lasciatelo andare oltre... o a Maria di Magdala: non trattenermi...

C'è un prima e un oltre della vita che noi non conosciamo, non vediamo, se non solo di schiena e in maniera confusa, come Dio dice a Mosè,…(Es. 33)

"Non so se la vita sia corta o troppo lunga per noi.

Ma so che niente di ciò che viviamo ha senso se non tocco il cuore delle persone.

molte volte basta essere grembo che accoglie,

braccio che avvolge, parola che conforta,

silenzio che rispetta, gioia che contagia,

lacrima che scende, sguardo che accarezza,

desiderio che sazia, amore che incoraggia.

…Felice colui che passa ad altri ciò che sa e impara ciò che insegna".

(Cora Coralina)

Resta con noi…

Forse tutto il cammino e il dialogo è orientato a questo: suscitare il desiderio di stare insieme. La delusione frutto di false aspettative, viene trasformata in desiderio.

Entrò e "quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" …il pane ha accompagnato tutta la vita di Gesù. E' nato a Betlemme, casa del pane è morto lasciando come segno il pane, quel pane che spesso aveva spezzato …

Così è della vita: nel momento della massima sua realizzazione non va conservata, va sempre spezzata, proprio come il pane. Gesù era arrivato a Gerusalemme, aveva realizzato se stesso…doveva spezzarsi per andare oltre!

Ed è davanti a quel pane spezzato che i loro occhi si aprono e lo riconobbero…ma lui sparì alla loro vista!

Proprio come successe al centurione che assistette alla morte in croce di Gesù: "vedendolo morire in quel modo, disse: veramente quest'uomo era figlio di Dio". (Mc.15,39)

E' proprio nel momento in cui sparisce o muore che lo riconoscono.

Allora se dovessi dire dove hanno riconosciuto Gesù e l'hanno visto vivo, io direi che era in quella frattura, nello spazio vuoto che si è creato spezzando il pane. Uno spazio che è come una finestra che si apre. Un vuoto che noi troppo spesso ci siamo preoccupati di riempire di finte certezze, che inevitabilmente ci hanno deluso. Lo spazio vuoto va lasciato vuoto, libero…

Il tempo che stiamo vivendo ha creato dei grandi spazi e tempi vuoti. Facciamo in modo che non siano motivo di paura ma di speranza, che siano per noi una fessura una finestra, un'apertura da cui far entrare qualcosa di nuovo come quello straniero….Il vuoto è lo spazio in cui possiamo costruire relazioni nuove, relazioni povere nate dall'essenziale, da parole e gesti spontanei, veri…umani.

Quando si fa la messa e la comunione bisognerebbe che ognuno spezzasse il pane per donarlo all'altro, uscendo ciascuno da se stesso per incontrare l'altro in quello spazio libero.

Resta con noi…cosa resta?

Il gusto delle cose quotidiane vissute con l'apertura e la cura di chi invita un amico a cena.

Resta che quando una persona non la riconosci più, riprendi a cercarla più in profondità.

Gesti, che insieme alle parole scaldano il cuore!

E fu sera e fu mattina…

A questo punto davvero i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i muti parlano e le mani abituate a prendere per privare l'altro imparano ad accogliere tutto come dono per condividerlo…

E quei due risorgono e riprendono il cammino, vanno oltre per una nuova esperienza di Dio e della comunità. Quando umano e divino cenano alla stessa tavola, allora l’ordinario diventa straordinario. Risorgere è la ricetta per dare infinito gusto alla vita, perché permette di riconoscere la vita nascosta in ogni cosa: a casa, al lavoro, nel dolore, nella fatica, nelle relazioni, nella luce sulle foglie... in tutto, perché solo ciò che viene fatto con e per amore diventa vivo. Così la «vita di sempre» diventa la «vita per sempre». Solo se usciremo con piedi, occhi, cuore e mani nuovi solo così «ce la faremo». E la Messa che è il segno di quello spazio vuoto diventerà nuova…risorta!

Una scultura di Rodin consiste in un paio di mani, due mani destre che si allungano, si incrociano e si toccano nel punto più alto delle dita, disegnando un arco. E' definita: la cattedrale! Una cattedrale realizzata dalle nostre mani aperte, disponibili, supplicanti. Là dove le nostre mani possono levarsi in alto esprimendo finitezza, cura, legami, ascolto, distanza, prossimità, desiderio, questo sarà sempre l'asse di una cattedrale. Fu Pascal a scrivere che "le mani sostengono l'anima".

Oggi più che mai abbiamo bisogno di mani che sostengano l'anima del mondo.

II domenica di Pasqua - 19.04.2020

Dal Vangelo secondo Giovanni - 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati;a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani;tendi la tua mano e mettila nel mio fianco;e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto;beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Parola del Signore.


Commento di Pasquale Gentili


"Le porte del luogo dove si trovavano erano chiuse per paura…".

Era chiuso, sigillato con una grossa pietra il sepolcro di Gesù, ma dentro era vuoto, mentre il luogo dove si trovavano i discepoli era chiuso ma pieno…di paura! Un tomba è vuota, un'altra è piena!

Si direbbe che è più facile ribaltare il masso a chiusura del sepolcro che che non far saltare le nostre paure. Le paure sono la vera nostra prigione, e coloro che ci vogliono fermi e sottomessi conoscono una strategia vincente per orchestrare e dilatare le paure.

Ma non si esce dalle proprie paure da soli. E' necessario che qualcuno venga dall'esterno. Fu così per gli Ebrei: per tirarli fuori dall'Egitto, dovette intervenire Mosè. Fu così per Gesù: per uscire dal sepolcro dovettero intervenire Dio e il pianto delle donne.

Ci vuole qualcuno per porti un soffio di vita, una boccata d'aria pura, frutto di parole e gesti: la parola è pace - il gesto è dato dalle mani, dal tatto.

Pace, è la parola, il dono che libera. Per superare la paura non ci vuole il coraggio, ma le relazioni. Solo queste possono aiutarci a vincere la paura degli altri e del ricordo delle nostre fughe, dei nostri tradimenti, del nostro peccato.

"Pace a voi…" commentava così Tonino Bello queste parole: "sono le primissime parole del Risorto pronunciate davanti alla comunità…vanno accolte con tutta l'attenzione che si deve a un manifesto programmatico.

Chiesa di Dio, questo è il tuo progetto politico, la tua linea programmatica: la pace, non la tua sistemazione "pacifica". La pace non il consenso della gente…

Non ti scoraggiare, chiesa di Dio, anche se il compito che ti ha assegnato il risorto è difficile, richiede una carica eccezionale di speranza e ti espone al rischio di essere considerata ingenua, visionaria… Ma chi altro può parlare di pace se non tu a cui il mondo sta riservando lo stesso trattamento che il giorno di pasqua i discepoli riservarono alle donne che annunciavano di aver visto il risorto? - Quelle parole parvero loro un vaneggiamento e non credettero ad esse!-.

Allora la risurrezione era il "vaneggiamento" di fragili donne. Oggi la pace è il "vaneggiamento" di una fragile chiesa. (30 marzo 1986)

E' quello che ha fatto Gesù. E' quello che siamo chiamati a fare noi, come mandati da lui.

«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

- Nel capitolo 20 del vangelo di Giovanni si succedono due scene: l'apparizione a Maria di Magdala e l'incontro con Tommaso.

A Maria dice:"non mi toccare". A Tommaso: "metti qua il tuo dito…".

La fede cristiana è un’educazione al tatto. Essa ci invita a prendere atto del peso del nostro corpo. Il nostro tempo è caratterizzato dalle tecnologie del “senza contatto”. Efficacia, rapidità, indipendenza. L’andamento del senza contatto è leggero: realizza a meraviglia il sogno di un’umanità liberata dalla pesantezza dei corpi e dai rischi del contatto. Non è forse questa una delle grandi trappole, quella in cui cade così spesso il cristianesimo, troppo pronto a credersi liberato dal peso dei corpi e delle pulsioni?

La nostra vita ha un peso e i nostri contatti sono i primi a farcelo sentire. Nella fede cristiana il tatto occupa un posto cruciale. Il tatto nel cristianesimo non è tuttavia oggetto di divieti, ma non è senza limiti. Gesù tocca e si lascia toccare. Tommaso, senza che Cristo trattenga la sua mano, non lo tocca: mette lui stesso un limite al suo toccare. La fede nel risorto ci fa scoprire che ignoriamo la portata del nostro corpo: il corpo è più di ciò che vediamo e tocchiamo. I vangeli rivelano ciò che, nelle nostre esistenze, è intangibile ed eccede l’esperienza del tatto come atto di afferrare. Non afferro l’altro, ma lo scopro. Dio tiene a noi senza trattenerci, come un Padre felice di vedere i suoi figli e le sue figlie seguire la propria vita. «Va’, la tua fede ti ha salvata» dice Gesù alla donna che, nella folla, gli ha chiesto la salvezza: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Dopo averla udita, Gesù non la trattiene. Il mondo che mi è dato di sentire e di gustare palpita d’incontri, sensibili e parlanti. Chi non misura le sue pesantezze non potrà farsi libero e rispettare l’altro con grazia.

Allora: "beati quelli che non hanno visto, toccato e hanno creduto".

Le ferite, sembrano essere la prova che la religione non è capace di produrre salvezza. Ma nessuno che abbia lottato per la pace è stato esente da persecuzioni e spesso non ha visto o toccato i risultati sperati. Ma non si può credere nella risurrezione senza far coincidere questa fede con la speranza della pace.

Beati, non sono quelli che hanno creduto senza aver visto, toccato Gesù, ma quelli che senza aver visto/toccato con mano i risultati di tante fatiche, lotte e croci hanno continuato a credere che quella fosse la vita.

Queste cose sono state scritte perché abbiate la vita…

Dagli Atti degli Apostoli ( 2,42-47) - 17.04.2020

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.

Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.

Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.

Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.


Commento di Marco Campedelli

C’è un’intensa pagina de Il sergente nella neve in cui Mario Rigoni Stern racconta di un pasto di guerra, consumato tra soldato nemici, in cui, in un tempo sospeso e immobile, che tutto rende possibile – anche la improbabile fraternità degli opposti – si avvera il sogno di una umanità riconciliata ( anche se solo per il tempo di una minestra calda ), coagulata attorno al più elementare bisogno umano – quello del cibo, appunto – ma capace di alimentare la promessa di un mondo migliore. Una sorta di liturgia “laica” che potrebbe consentire alle nostre liturgie spente di ri-colmarsi di senso . “Sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. Mnié klocetsia iestj, (datemi da mangiare) dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. Spaziba, (grazie) dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. Pasausta, (Prego) mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra è venuta con me per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco. Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.” Forse Rigoni Stern non pensava all’eucarestia, ma questa che racconta è una messa, tra le più belle che si possano celebrare. Con questo non vogliamo “battezzare” il testo dello scrittore dell’Altipiano vicentino, ma scorgere in esso il seme del Vangelo. E allora rivisitiamo questa “messa laica”. È un rito che sospende la violenza. C’è un rapporto ambiguo e forte tra la violenza e il sacro. Spesso la violenza cerca nel sacro una forma di legittimazione. Qui, in questa scena di guerra, sembra che la violenza non solo sia come sospesa ( è infatti molto più che armistizio ) ma che sia del tutto disarmata. Quando l’uomo appare, ed è più uomo che nemico, le armi stanno in silenzio. Vi sono valori “sacri” quali patria, difesa, onore, che la violenza ha sempre garantito. E spesso dio è rimasto impigliato in qualche labaro di guerra…. mentre il Dio vero moriva da una parte e dall’altra del confine. Una messa dove la donna “spezza il pane”. Il femminile esprime la cura di Dio…. Questa donna compie per il “nemico” il gesto abituale che compie per il fuglio, per lo sposo. Come se le fosse estraneo il gioco della guerra. Sembra guardare con gli occhi di Dio. E infatti vede l’uomo. La donna si prende carico di questa messa. Esprime un’adesione ad un progetto… non solo serve la cena ma accompagna l’uomo verso il mondo. Lo porta sull’uscio come per iniziarlo al mondo con un nuovo rito. Gli consegna un alfabeto di pace. Lo fa con un gesto. Dando all’uomo il favo. Questa è l’ambascia che arriva dal nemico di ieri che oggi è fratello di miele. Una messa dove i bambini imparano. In tempo di guerra i bambini imparano la legge dell’amore: “Ci ricorderemo…. come ci siamo comportati, soprattutto i bambini…” dice il sergente della neve. Spesso i grandi nascondono ai bambini le cose migliori. Raramente permettono loro di vedere i miracoli. Ma quando questo accade, i bambini sono i primi a guarire e da allora diventano uomini e donne per sempre. Una messa che si ricorda di chi non c’è, di chi è lontano, di chi è stato rispedito indietro contro le rocce del mare. Anticamente la chiesa dopo la messa faceva portare il frammentum ai malati, ovvero un pezzo del pane dell’eucarestia celebrata insieme. Non era un pane di avanzo. Era il pane diviso tra tutti, anche per l’assente, per i lontano, per il ferito. Quel favo portato agli amici è la messa che continua a nutrire la vita degli altri, a riempire di dolcezza anche le notti più amare. È il pane che guarisce le ferite…. Che disarma e riscrive la storia con il sapore del grano. È messa che cambia lo sguardo sul mondo questa, una messa per vivere un’etica nuova “un costume, un modo di vivere…” come scrive Rigoni Stern. Vi sono tante vite, che hanno perso tutte le tutele del sacro, ma sono nella loro umanità, incomparabili eucaristie; e tante messe dissacranti, che invocano il dio dei cannoni, di mercati, del potere. Fa impressione che andando a raschiare sul fondo del Vangelo si scopre che la messa di Gesù fu una messa laica. E proprio per questo scatenò tanto scandalo. Ma forse per questo stesso motivo Dio affondò in quel pane la sua inconfondibile impronta. Pierpaolo Pasolini non credeva nella divinità di Gesù, ma credeva che Gesù era “divino” in quanto la sua umanità era così alta, autentica, compassionevole da essere come quella di Dio. Forse bisogna cominciare da qui: dall’uomo. Proprio da dove cominciò Dio, quando ne inviò uno sulla terra, per innamorarsi, conoscere le lacrime e le gioie più vere, morire e risorgere. Quell’uomo, il figlio di Dio, così simile a me…


Pasqua - 12.04.2020

TRA MEMORIA E SPERANZA

Tracce per una liturgia pasquale familiare nell’anno del Signore 2020

Questa traccia è stata pensata da Brunetto Salvarani, su sollecitazione di Marco Campedelli e Pasquale Gentili, che l’hanno opportunamente integrata. Si tratta di un percorso per la notte della vigilia di Pasqua, o per il pranzo pasquale.

E’ una proposta semplice, che naturalmente si potrà modulare rispetto alle differenti situazioni che ci si troverà a vivere.

Buona Pasqua! Cristo – nonostante tutto - è veramente risorto!


Quest’anno del Signore 2020, per le ben note vicende legate alla diffusione del Covid-19, si creerà nella chiesa cattolica (anche nella chiesa cattolica) una situazione mai verificatasi nei suoi duemila anni di storia. La Pasqua non vedrà liturgie partecipate nelle chiese dalle comunità, ma, al massimo, un’eucaristia da seguire in streaming, sui social o alla TV. Sostanzialmente, in tutto il mondo, o quasi.

Vale la pena di riflettere su quanto ci sta accadendo. Tempo maledetto, di morte, di silenzi e di assenze? Oppure kairòs inatteso, non cercato né voluto ovviamente, ma che ci richiama alla necessità conciliare di interrogare con sapienza gli odierni segni dei tempi? Scegliendo questa seconda pista, crediamo si tratti di un’occasione preziosa – ripetiamo: non cercata né voluta, ma che ci è capitata e alla quale siamo chiamati a far fronte il più possibile dignitosamente – per misurare la temperatura della nostra fede cristiana, della nostra aderenza al messaggio evangelico e della nostra fedeltà al dettato conciliare.

Alla luce di queste considerazioni, e naturalmente senza contrapporsi all’idea di seguire messe per TV o sul tablet, saremo convocati a prendere sul serio un’idea circolata abbondantemente negli anni del Vaticano II, e poi in genere disattesa, per molte ragioni che qui non ci interessano: famiglia piccola chiesa. Una piccola chiesa più o meno scalcagnata che ha la possibilità di celebrare restando a casa (il mantra di questi giorni!) la liberazione ottenuta dai suoi padri nella prima Pasqua, uscendo dall’Egitto della schiavitù, e poi ripresa annualmente dalla tradizione ebraica nel seder di Pesach, quindi fatta propria dalle prime comunità cristiane nel segno di un memoriale potente, su invito dello stesso Gesù/Yehoshua ben Yussef, fatto ai suoi discepoli durante quella che ci siamo abituati a definire l’ultima cena. Si tratterà di una liturgia familiare e laica, lunga o breve non importa, più o meno ricca di cibi e bevande, in cui in ogni caso avverrà il miracolo di una presenza vivente di Gesù stesso (Mt 18,20). E mai come quest’anno questa liturgia somiglierà, volenti o nolenti, al seder pasquale ebraico, assumendo potenzialmente il carattere di una riconciliazione con i nostri fratelli maggiori non teorica o intellettuale, ma pratica e vissuta…

Questa liturgia potrebbe essere scandita da cinque tappe, qui brevemente richiamate:

1) La tavola imbandita. La famiglia è impegnata nella preparazione: dei cibi, delle bevande, della tavola adeguatamente predisposta, del clima di attesa per una festa che sarà davvero sui generis

“E’ la nostra piccola Pasqua”, quella fatta qui in casa. La più “povera” forse. La più sentita, “forse”. Mai come in questa Pasqua abbiamo sentito la voglia di rinascere, di uscire, di fare festa, di abbracciarci. Questa è la Pasqua povera dove coltivare il sogno, il progetto di un mondo nuovo che deve rinascere dopo un tempo di esilio e di morte. Questa piccola casa stanotte è piantata nel cuore del mondo e spera con tutti quelli che sperano. “Questa è la nostra Pasqua!”

Accensione della candela. Evocando il gesto della donna, della madre nella famiglia ebraica che all’inizio della celebrazione del Sabato o nelle feste accende la candela, la mamma accende la candela in silenzio. Ricordiamo qui l’inizio del mondo. Ma anche il nostro venire alla luce, le nascite e le rinascite. In questo tempo difficile di oscurità in cui viviamo, la luce esprima la speranza, il “vedere la luce in fondo al tunnel”, dopo la fine della pandemia.

Mentre la donna, la mamma accende la candela:

“Chissà come sarà stata la prima volta che la luce venne nel mondo! La prima volta che la terra si guardò, la prima volta che si riempirono di luce le stelle, la prima volta che anche noi siamo venuti alla luce... In questa notte tutto rinasce. Tutto germoglia. Questa luce della Pasqua vince il buio della paura e della morte. La accendiamo stanotte nel cuore del mondo come un fuoco intorno al quale raccontarci la vita. Che la luce risplenda nei nostri occhi!”

2) La sedia vuota. Nella tradizione del seder, si è usi conservare una sedia vuota e la porta aperta, per due motivi: perché potrebbe sempre sopraggiungere, nel bel mezzo della cena, il profeta Elia, figura escatologica per eccellenza; ma anche perché alla porta potrebbe affacciarsi un pellegrino, un viandante, un mendicante (si ricordi la bella poesia di Primo Levi intitolata Pasqua)… che ha diritto, anche lui, di celebrare la liberazione pasquale! Quest’anno, a Elia e al pellegrino, potrebbe aggiungersi un terzo significato per la sedia vuota: che sarà anche la sedia dell’assente, di chi è stato sommerso (per dirla ancora con Levi) dal virus o dalle sue conseguenze, e che ha diritto a una memoria da parte di tutti noi…

“Questa sedia vuota è quella preparata per chi deve venire. Per Elia il profeta rapito sul carro di fuoco, per Gesù che cammina con noi e si siede nell’osteria di Emmaus e spezza il pane, beve il vino rosso della passione e dell’amore. Questa è la sedia di chi non è visibile agli occhi, ma è con noi. Di quelli che sono stati prima di noi. Di quelli e quelle che questa pandemia ha portato con sé. La sedia del migrante, del figlio, dell’amico o dell’amore lontano, la sedia dell’ultimo che non trova posto. Questa sedia vuota stanotte ci ricorda il banchetto che sogniamo, in cui nessuno sarà escluso. La festa che ci attende e che già stanotte noi iniziamo...”

3) I racconti della speranza. Uno spazio adeguato andrebbe riservato alle narrazioni (così come avviene nel seder ma anche, a ben vedere, nell’eucaristia, con le letture bibliche della Liturgia della Parola): racconti sacri oppure profani (se esiste qualcosa di profano nella vita umana…), di ispirazioni diverse, ma soprattutto racconti intrisi di speranza, nello spirito autentico – ancora una volta – del seder e dell’eucaristia… Se ci sono bambini, questi ultimi potrebbero domandare al capofamiglia la ragione di questo pasto speciale, a imitazione di quanto avviene nel seder (“Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?”)…

“Ascoltiamo la Parola: la nostra memoria di esilio, mio padre era un arameo errante” (Deuteronomio 26, 5-11).

Sono le nostre radici che affondano nella Bibbia. E poi il Vangelo della Risurrezione. L’incontro di Gesù con Maria Maddalena (Vangelo di Giovanni 20, 1-18). In questi racconti ci sono anche i nostri racconti, in queste storie anche le nostre storie. Ascoltiamoli e intrecciamoli insieme. E’ la notte dei racconti.

(vedi le due letture riportate in fondo)

Si leggono le letture

- Un breve commento:

La risurrezione non è una prova di forza da parte di Dio, una specie di rivincita sui suoi avversari, la vittoria del bene sul male. I sommi sacerdoti e Pilato non si scomposero minimamente quel giorno di pasqua. Ci fu un gran terremoto che fece crollare certezze politiche, economiche, religiose..fece crollare sogni, ideali, progetti, ma pochi lo percepirono…I "capi" non si resero conto di alcun terremoto…ne fecero solo una questione di soldi. Pagarono per divulgare menzogne e non vedere il vuoto.

Ma chi cerca sa distinguere la verità dal vuoto. Alle donne la voce degli angeli, parla al cuore: Voi cercate? non abbiate paura, allora! ma non cercate più qui…non cercate tra i morti…tra le cose morte colui che è vivo!

La risurrezione è la prova più grande della fragilità di Dio. Abramo partì senza nessuna garanzia. Maria Maddalena non poté trattenere nulla del Gesù che cercò di abbracciare. I discepoli di Emmaus tornarono a Gerusalemme soli, senza niente. Restava una parola che scaldava il cuore, una voce che aveva pronunciato il suo nome: Maria! Così le donne si mettono in cammino, si fidano degli "angeli". Non tornano da chi aveva sepolto i loro desideri, ma verso i "fratelli", quell'umanità vera con tutti i suoi equilibri precari.

"Non bastano più certezze di dottrine che hanno preteso di spiegarci tutto per farci stare tranquilli, ma che ci hanno impedito di accarezzare il Mistero e di prendercene cura". (A. Potente)

Quale Dio dopo la Shoà? Quale Dio, quale religione, quale liturgia, quale culto dopo questa pandemia?

La vera liturgia oggi è celebrata da operatrici e operatori sanitari, veri e propri “ministri” di un mondo ormai cambiato. Testimonianza in greco si dice martyria, e il loro servizio arriva a volte fino al martirio. Forse le Chiese dovranno riflettere su questi uomini e queste donne a che appaiono come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, due discepoli nascosti che deposero dalla croce «il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi» (Gv 19,40).

E' Pasqua ma, oggi più che mai, angoscia, sopraffazione e morte non sono rubricabili a un rapido passaggio obbligato verso il radioso mattino della vittoria. Il triduo pasquale andrà avanti per lunghi giorni e forse mesi, e dovremo interrogarci seriamente sul monito di Gesù: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Lc 11,29). Parole rivolte non a tutti, ma ai credenti. Al bisogno di magia più che di profezia non verrà concesso nulla. Né sarà certo il calendario liturgico a decidere quanto a lungo dovremo restare quest’anno nel buio della pancia della balena. Scrive Carlo Maria Martini: “Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che egli opera nella storia, come e perché agisce o in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero che tanti nostri discorsi pastorali”. La Chiesa, nel mondo dovrebbe apparire come lo spazio dove risplende la libertà e l’umanità dei rapporti, non luogo di relazioni puramente formali, deboli e fiacche, non sincere. Alla mente ritorna una pagina dello scrittore Ennio Flaiano, là dove abbozzava un ipotetico ritorno di Gesù sulla terra, un Gesù, infastidito da giornalisti e fotoreporter, come sempre invece vicino ai drammi e alle fatiche dell’esistenza quotidiana: “Un uomo” – scrive – “condusse a Gesù la figlia ammalata e gli disse: “Io non voglio che tu la guarisca, ma che tu la ami”. Gesù baciò quella ragazza e disse: “In verità questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare”.

Per introdurre la cena, o il pranzo:

“Mangiamo e beviamo e facciamo festa... in questa piccola festa domestica piantiamo il seme della grande festa che faremo. Quando metteremo le tavole sulle strade e nelle piazze, quando balleremo tutta la notte per festeggiare, come si fa la fine di una guerra. Ma intanto alziamo i calici e brindiamo alla vita”.

4) Il cibo della fatica. Alla maniera della liturgia eucaristica, seconda parte della messa, si mangia (finalmente, qualcuno dirà…). Assieme. Conversando, se si vuole, senza intrecciare le voci; ascoltando gli altri; rendendo grazie a chi ha faticato per preparare il pranzo e a chi, il Signore Dio, ci ha donato senza alcun nostro merito quanto stiamo mangiando e bevendo…

5) La musica del sollievo. Alla fine del pasto, spazio alla musica, se si vuole e c’è qualcuno che sa suonare, o addirittura alla danza, o ad altri racconti… è il tempo della nostra liberazione e dell’allegria per tutte/i! Ed è, inoltre, un assaggio di mondo-a-venire… se avremo mangiato e bevuto bene, nella giustizia e nella convivialità delle nostre differenze!

Si canta ... chi può danza... si legge una poesia ... noi proponiamo questa di David Maria Turoldo:

Io vorrei donare una cosa al Signore,

ma non so che cosa.

Andrò in giro per le strade

zufolando, così,

fino a che gli altri dicono: è pazzo!

E mi fermerò soprattutto coi bambini

a giocare in periferia,

e poi lascerò un fiore

ad ogni finestra dei poveri

e saluterò chiunque incontrerò sulla via

inchinandomi fino a terra.

E poi suonerò con le mie mani

le campane sulla torre

a più riprese

finché non sarò esausto.

E a chiunque venga

anche al ricco dirò:

siediti pure alla mia mensa,

(anche il ricco è un povero uomo).

E dirò a tutti.

avete visto il Signore?

Ma lo dirò in silenzio

e solo con un sorriso.

Deuteronomio 26, 5-11

Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. 6 Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. 7 Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; 8 il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, 9 e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele. 10 Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato. Le deporrai davanti al Signore tuo Dio e ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio; 11 gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore tuo Dio avrà dato a te e alla tua famiglia.



Vangelo di Giovanni 20, 1-18

[1]Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. [2]Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». [3]Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. [4]Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. [5]Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. [6]Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, [7]e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. [8]Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. [9]Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. [10]I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.

[11]Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro [12]e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. [13]Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». [14]Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. [15]Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». [16]Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! [17]Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». [18]Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.

PASQUA

Ditemi in cosa differisce

questa sera dalle altre sere?

In cosa, ditemi, differisce

questa pasqua dalle altre pasque?

Accendi il lume, spalanca la porta

che il pellegrino possa entrare,

gentile o ebreo:

sotto i cenci si cela forse il profeta.

Entri e sieda con noi,

ascolti, beva, canti e faccia pasqua.

( Primo Levi)

"Essere per gli altri è l'unica esperienza di trascendenza. La trascendenza consiste nel tu più prossimo."

(Dietrich Bonhoeffer)


Via Crucis - 10.04.2020

La Passione delle Donne (Marco Campedelli)

Svjatlana Aleksivic, bielorussa, Premio Nobel della Letteratura 2015, ha scritto un libro sulle donne e la guerra. In quel contesto in cui le donne erano arruolate come gli uomini. Scrive che la guerra raccontata dalle donne è un’altra guerra. Si potrebbe dire questo anche se pensassimo al vangelo. Il vangelo raccontato dalle donne è un altro vangelo. Perché vedono cose che gli uomini non vedono.

Le donne sono secondo una espressione di Ermanno Olmi “le migliori complici di Dio”.

Gesù le donne le ha sempre cercate, valorizzate e difese. Ha imparato da loro. Quel che volta, come insegna la pagina della Cananea sono state le donne ad aprigli gli Purtroppo noi abbiamo enfatizzato il primato di Pietro con tanto di chiavi per aprire e chiudere e abbiamo totalmente sepolto quello di Maria Maddalena. Cosa sarebbe stata la chiesa se in 2000 anni di storia non avesse rinnegato il primato di Maria Maddalena? Quanta violenza sarebbe stata risparmiata? Quanti abusi di potere, quanti abusi sessuali, quanta arroganza teologica, quanta complicità con il potere, quante benedizioni di armi e di guerre sarebbero stati evitati?

E quanto bisognerà ancora aspettare perché le cose cambino?

Gesù aveva un grande gruppo di donne che lo seguiva. I mariti erano i padroni delle mogli, prima lo erano i padri; per le donne niente scuola, niente politica, niente visibilità...

Ma Gesù entrando nelle case sospende questa legge del patriarcato: Maria sorella di Lazzaro sta davanti a lui come una donna che legge la Scrittura e ne discute, come una libera intellettuale della vita. E’una donna coraggiosa, testarda, non si adegua alle

Leggi che la escludono. E’ capace di osare. Ma anche quella donna che entra e gli lava i piedi. Davanti a tutti. Mettendo lo scandalo dell’amore al centro dell’ipocrisia del sistema religioso.

Ecco perché questo Venerdì santo sono le donne a parlare.

Diverse per storie, formazione, biografia. Donne che si occupano di teologia, ma anche di politica, di pedagogia. Donne che hanno una passione commovente per educare i loro bambini. Donne toccate da dolori sterminati. Maestre di dignità, di coraggio.

E sul Calvario, immaginano oggi che non ci siano solo le donne che i racconti della Passione chiamano le “pie donne” tra cui sua madre e la donna a lui più vicina, e prediletta, Maria di Màgdala.

Ma anche tutte le altre incontrate lungo il Vangelo: Anna, la profetessa che lo accoglie nel tempio, bambino. Vedova e avanti negli anni. Emarginata. E’una donna che guarda lontano, oltre le apparenze, oltre i pregiudizi. La donna curva, piegata dal dolore e dall’umiliazione. Che per legge del Sabato interpretata in modo fondamentalista, avrebbe dovuto restare inchiodata al suo male. Una buona parte della sua guarigione è dentro il suo coraggio, la sua tenacia, la sua forza d’animo.

La donna detta peccatrice ( in cui una certa tradizione ha identificato senza fondamento la Maddalena) che osa rompere la regole di ogni religione che in nome di Dio esclude e umilia. Sa benissimo che quelli che li stanno davanti sono i suoi migliori clienti, religiosi per posa, per convenienza . Con la sua libertà li smaschera, La vedova di Naim che piange il suo unico figlio morto. Senza marito, senza figlio. Ridotta ad essere invisibile. Accompagna il figlio in un corteo addolorato: Ma è piena di dignità e di amore. La figlia di Giairo, malata fino alla morte. Donna del futuro da nutrire, da rialzare, a cui dare la parola. Chissà quali sono state le sue prime parole. Ma posiamo pensare che siano state parole piene di respiro, di orizzonti, di sogni.

L’emorroissa che discriminata a causa dei tabù e del pregiudizio ha il coraggio di toccare il lembo del mantello di Gesù e dice “Sono stato io...” Una donna fiera, che non accetta di morire dissanguata da un sistema economico ingiusto, da una politica corrotta, da una sanità che in tante parti del mondo è pensata solo per i ricchi.

La vedova povera che mette una moneta nel tesoro del tempio, tutto quello che aveva per vivere. Dando una magnifica lezione di etica. E’ l’icona della rivoluzione dei piccoli che possano cambiare il sistema economico a partire dal cambiamo dello stile di vita. Molti anni dopo Premi Nobel lo confermeranno.

Sette storie rilette con accenti e sensibilità differenti da sette donne di oggi, in modo diverso tutte e sette impegnate in prima linea sul campo della vita.

La Passione delle donne non vorrebbe essere solo il riconoscimento del loro patire, della loro resistenza al male, della loro dignità ma anche l’ammissione da parte di tutti dell’ingiustizia, della discriminazione alla quale vengono ancor oggi sottoposte. Anche da noi, emarginate. Ascoltare la parola significa anche preparare le Risurrezione delle Donne. Che con la loro passione e il loro coraggio come la Maddalena, vedano finalmente riconosciuto da tutti il loro Primato. Quello dell’Amore che può davvero cambiare la Chiesa e il mondo.

Loro donne coraggiose di ieri e di oggi Anche in questo tempo di pandemia testimoni di resistenza, di creatività, di coraggio civile, di sentimento senza ipocrisia.

Compagne predilette di quel Gesù, che come scrive Alda Merini “era donna nel cuore”.


La donna e la profezia (Antonietta Potente)

Un autore anonimo del IV secolo, o chissà -autrice e per questo restata anonima- ci ha lasciato una bellissima omelia per il Sabato Santo. Questa inizia così: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace …”. Ecco, quest’anno anche il Venerdì Santo sarà giorno di grande silenzio e chissà anche la Pasqua. Non andremmo da nessuna parte; non parteciperemo ai riti che la comunità credente celebra in questa occasione. Ciascuna, ciascuno, rimarrà nei suoi spazi, quegli spazi che forse in questo periodo abbiamo imparato a conoscere meglio, oppure quegli spazi che qualcuno di noi non sopporta più, perché stanca o stanco di questa clausura forzata. Eppure, sarà proprio questo crudo realismo, questo tempo che ci sta addosso, con la sua quotidianità, la sua incertezza e opacità; sarà l’aria silenziosa delle nostre città e dei nostri quartieri, che ci permetterà di fare memoria di questa misteriosissima morte che cammina con noi e che, anche Dio, ha raccolto. Il Venerdì Santo quest’anno sarà porta d’entrata al silenzio e alla solitudine del misteriosissimo tempo del sabato in cui non si sa niente né di Gesù, né di Dio, né della prima comunità credente.

Sia nelle Scritture che nella tradizione apocrifa e narrativa, si dice che, in quei giorni, le donne sono state molto presenti. Alcune di loro vengono nominate, altre no e sono identificate solo in generale come “le donne”. Io invece vorrei ricordare una donna che nel racconto di Luca appare all’inizio del Vangelo, come un lampo e poi scompare. Non si sa bene chi è, ma Luca trova a lei uno spazio particolare: il tempio. Di lei si conosce il nome e anche le sue radici esistenziali. Luca ce la presenta così: “C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.” (Lc 2, 36-38).

Perché scegliere questa donna che certamente non sarà stata tra coloro che accompagnarono Gesù quando venne arrestato, processato e ucciso. Luca ce la presenta all’inizio e ne parla come una donna molto anziana, avanza negli anni: aveva ottantaquattro anni. Inoltre, come ho detto, di lei non se ne saprà più niente. Eppure, questa donna viene definita una profetessa, cioè colei che leggendo il presente, impara a guardare e vedere lontano. Mi sembra che questa figura che, probabilmente, stava fuori dal tempio e non dentro, sia in questi giorni memoria preziosa. In questo momento in cui la realtà assorbe tutta la nostra attenzione, il nostro interesse e diventa preoccupazione totalizzante, lei ci insegna che ogni accoglienza del reale va riletta nella profezia. Il reale infatti porta con sé il passato, è significativo il fatto che lei fosse un’anziana profetessa e cioè, colei che portando addosso il passato e il presente percepisce il futuro. Anche noi oggi, portiamo i nostri errori, le nostre scelte oculate ma anche la nostra ignoranza, la nostra distrazione. Tuttavia, il presente è gravido di possibilità: noi potremo ancora cambiare il nostro stile di vita, anche quello delle nostre anchilosate istituzioni politiche e religiose. Anna, anziana profetessa, lascia intravedere come il visibile è piccolissima cosa eppure, porta con sé l’altrove e l’altrove è possibilità di cambiamento e profonda metamorfosi. Guardare questo tempo e prenderlo con sé, come fece la profetessa Anna: sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme (v.38). In fin dei conti il reale era solo un bambino, ma lei vide molto di più. Vide la forza del presente e a coloro che aspettavano -altro atteggiamento fondamentale- diede l’annuncio di una possibile trasformazione. Questa matriarca nella sua capacità visionaria sul reale, ci aiuti. Il Venerdì Santo diventi profezia.


MC 5,21-43 – LA FIGLIA DI GIAIRO (Raffaella Baldacci)

21Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: "La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva". 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. (…IL TOCCO dell’emorroissa..…)

35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?". 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, soltanto abbi fede!". 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: "Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme". 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano

della bambina e le disse: " Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico: àlzati!". 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Il TOCCO che guarisce, la carezza che porta via il dolore.

La carezza attiva un circuito dove accade che milioni di miliardi di informazioni a livello neuro-elettrico arrivano alla centralina e fanno attivare emozioni straordinarie di VICINANZA, DI ALLEANZA, DI CONFORTO, DI CONSOLAZIONE..con-solo con CHI è SOLO, in quel momento avviene un IO-IO e ai bambini non servono spiegazioni, ma serve quella capacità di comunicazione, di attenzione che Gesù esercita nei confronti della folla che cerca in tutti i modi di distrarlo, allontanarlo dalla verità della relazione che ha ri-conosciuto fra Giairo e la figlia, commosso dal dolore che sente.

Sono frastornata e siamo frastornati, fanno un gran caos sia i pensieri e soprattutto le emozioni e i sentimenti di questo tempo strano

..ho voglia di un io io. Ciao come stai? Che è successo in questo tempo della tua vita .. della mia vita ? In tutto questo frastuono vivo una grande paura: che ci dimentichiamo dei bambini.

“La fanciulla non è morta, ma dorme”…

Cosa vuol dire dimenticarsi dei bambini? Sono andata ad ascoltare cosa mi hanno scritto i bambini in questi giorni e mi sono accorta della rappresentazione della realtà che loro stanno avendo di questa emergenza e del fatto che hanno bisogno di adulti capaci di rapportarsi con loro, che qualcuno li aiuti ad attraversare la fase in cui stanno vivendo e dia loro la possibilità di rappresentarsi… Con noi loro sanno e sentono tutto e tutte le news di tutti i telegiornali di tutti i documentari di tutte le informazioni scientifiche che riceviamo. Sono tutte informazioni che parlano di vita e parlano di morte, che parlano di malattia e parlano di sanità, che dicono che si deve scegliere tra la vita e la morte. Sono delle parole, ma sappiamo che le parole sono macigni, che sono piene di significanti, piccoli o più grandi e queste parole sono per loro determinanti. Costituiscono l’immaginazione di una realtà che nessuno di noi ha vissuto alla loro età. Nessuno di noi ha vissuto una pandemia con questa situazione di rischio e di esperienza che è completamente differente da ogni previsione possibile al punto che abbiamo saputo difenderci poco e non difenderci sempre.

Che cosa possiamo fare rispetto a questo loro sentire? esserne consapevoli, essere adulti. L'adulto ha il compito di aiutarli a comprendere: non scendendo nel tutto pieno, “non c'è niente di cui preoccuparsi”, ma neanche scendendo nel tutto è vuoto, “dobbiamo avere paura di tutto”. Quell’equilibrio non vuol dire stare in mezzo, ma significa compensare le forze interiori. Queste forze interiori non sono parole, sono vere e proprie strutture di energia che si manifestano attraverso i pensieri e le emozioni.

“presa la mano della fanciulla” …un tocco che la riconosce nel suo essere, che restituisce fiducia-fede, che le da coraggio, questo tocco le permette di rinascere…aveva infatti 12 anni.

Martin Luther King, difensore della democrazia in una situazione di grande emergenza anche se diversa da quella che stiamo vivendo noi, faceva questa narrazione della paura. Un giorno, trovandosi di fronte all'ascolto della sua paura, si è accorto che dentro di lui non viveva solo la paura, ma viveva anche la bontà, la volontà, la fiducia nella libertà, nella democrazia, nella speranza delle genti. Quando la paura ha bussato forte al suo cuore e alla sua mente ha pensato quale forza lo abitasse e potesse aprire alla paura e, guardando tra tutte le forze che lui aveva dentro, non era la volontà buona che poteva vincere la paura e neanche l'ideale di libertà , ma ad aprire la porta ha mandato il suo coraggio e come il coraggio ha aperto la porta alla paura, racconta Martin Luther King, la paura non c'era più ...

Alla sete noi opponiamo l'acqua, alla fame Il nutrimento, alla paura l’incoraggiamento. L'incoraggiamento non è dire “facciamo finta di niente” non è neanche dire “dai forza coraggio...” L’incoraggiamento è: “tu come la vinci questa preoccupazione forte che hai?” é quel “TOCCO” a distanza di un metro, che salva, che permette ai bambini di potersi trasformare nonostante l’idea di morte che stanno attraversando. Non possiamo lasciarli da soli sia che siano problemi e preoccupazioni immaginarie cioè “devo avere paura o non paura di avvicinare l'altro?” o che siano problemi e preoccupazioni che hanno a che fare con un quotidiano tanto duro per tutti noi.

Che siamo maestre o che siamo madri o che siamo padri o che siamo fratelli, amici, vicini di finestra, il nostro compito non è solo di saper guidare, ma di CUSTODIRE i bambini e le bambine, dialoghiamo con loro che sanno fare festa, che ci riportano all’autenticità della vita, che sono portatori di speranza, che sanno volare alto come colombe che stringono nel becco un ramoscello d’ulivo.

Non lasciamoci distrarre dalla folla “datele da mangiare”

Concludo con una preghiera Laica che prendo da Schopenhauer un filosofo che sicuramente non è un ottimista, ma ha scritto una cosa bellissima rispetto all'infinito mistero della vita:

“Di Dio non dico, ma dico della preghiera: e scrive: non conosco nessuna preghiera più bella di quella con cui concludevano gli antichi spettacoli dell’India - Possano, tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore”

Rispettosi delle nostre reciproche differenze potenzialità e vulnerabilità.

Possano tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore soprattutto dal dolore che non insegna a migliorare.



C'era l'emorroissa (Giancarla Codrignani)

Chissà perché mi hanno sempre chiamata così: ero semplicemente una donna che sanguinava non solo per qualche giorno ogni luna. In tempi meno patriarcali si sarebbe detto che si trattava di un problema medico irrilevante. Invece i maschi ebrei avevano stabilito che ero assolutamente impura, che contaminavo l'ambiente con il mio sangue evidentemente maledetto. Già molto se mi lasciavano stare all'angolo della strada. Quando avevo visto arrivare quel giovane palestinese che si diceva fosse inviso ai signori del Tempio anche se commentava così bene la legge nella sinagoga, non è che volessi pretendere niente - Matteo, come capita agli uomini, interpretò a suo modo il mio pensiero - ma avevo provato d'istinto un'onda di fiducia improvvisa e ho osato prendere il lembo della sua veste. Deve essere stata la mia vibrazione a farlo voltare di scatto e a cercare chi mai lo avesse toccato, anche se, lo diceva Pietro, c'era così tanta gente che chissà quanti l'avevano urtato. Mi guardò severo, infastidito: non poteva fermarsi perché correva a salvare una bambina anoressica che non voleva crescere, diventare donna, abbandonare la sua casa per essere promessa a uno sposo e bisognava farla mangiare. Tutti mi guardavano male, scandalizzati; e qualcuno cercava una pietra per scacciarmi. Ma gli occhi del rabbi si erano subito addolciti: mi riconobbe come se fossi una persona normale, una sorella sofferente da aiutare; poi se ne andò in fretta a dare vita. Mi accorsi subito di essere stata risanata, ma pensai che con me aveva anche guarito il mondo dal pregiudizio: non ero più impura perché appartenente ad un genere per natura inferiore e immaginavo che per questo le donne in futuro avrebbero potuto toccare l'altare come i consacrati. Il Maestro non avrebbe certo voluto che anche quando fosse scomparso il tabù, le donne restassero escluse mentre il sangue degli eroi morti in guerra, sangue uguale a quello dei nemici uccisi, restava onorato. Non me ne ero resa conto sul momento, ma anche la mia guarigione avrebbe incoraggiato chi lo screditava, i conservatori e i fondamentalisti che lo accusavano di offendere i precetti: era gente sicura che le donne erano inferiori per volere di dio. Quando seppi che lo avevano condannato, andai lungo la strada dolorosa percorsa dalla croce e lo vidi così diverso, sofferente, inerme, mentre io non potevo fare nulla per aiutarlo, come se l'onda di fiducia mi fosse venuta a mancare. Ero turbata, in lacrime, sentivo il flusso del suo sangue stancarsi sotto il peso del legno e le spine. E' passato tanto tempo, mi resta la certezza del dono non solo materiale e la fiducia che continuo a condividere. Ma non ho ancora finito di capire.


Luca 7, 11-17 (Roberta Ioli)

Nella città di Nain, in Galilea, due folle si incontrano presso le porte della città.

Una accompagna Gesù, è una folla grande, che immagino festosa: Gesù ha appena guarito il servo di un centurione. Poi c’è la folla muta e dolente che accompagna al sepolcro il feretro di un morto. Si tratta del figlio unico di una madre vedova. Quale dolore può essere più grande di quello di una donna sola, che ha perso il marito e ora anche l’unico figlio?

Gesù la vede e sente il suo dolore muto. Va dalla donna senza che lei lo chiami, senza che lo preghi, senza che lo esorti a fare miracoli. C’è un silenzio solenne in questo loro incontro di sguardi, e una profonda dignità nello strazio di questa madre sola, nonostante la folla che la accompagna. Di Gesù ci vengono dette tre cose.

La prima: vedendola, il Signore ne ebbe compassione. Quel verbo in greco ci dice molto di più: Gesù sente il dolore fin dentro le viscere, una parola che indica cuore fegato polmoni, ma anche il grembo materno. Gesù sente il dolore della donna nella propria carne, e anche nella carne di lei. Gesù diventa, è madre dolorosa.

La seconda cosa che sappiamo è che lui le parla, ma pronuncia solo due parole, un ordine preciso, netto, forse sussurrato. “Non piangere”. Non aggiunge altro.

La terza cosa che fa è avvicinarsi alla bara e toccarla.

Gesù vede, parla, tocca.

I portatori si fermano. C’è una profonda concentrazione in tutta la scena, gesti muti e misurati, senza una sbavatura. Io a volte non capisco le parole di Gesù, non capisco il senso delle parabole, ma qui tutto è chiaro, luminoso di una luce nitida e sacra 1.

Le ultime parole sono quelle che rivolge al figlio morto. Ancora una volta troviamo un unico imperativo, un monito forte. Non “Alzati”, come spesso viene tradotto il greco, ma “svegliati”, e il ragazzo si solleva e comincia a parlare, con lo stesso balbettamento di un bambino.

L’ultimo gesto di Gesù è tutto raccolto dentro il verbo “dare”. Gesù diede il figlio a sua madre, come si dona un frutto, come si rende qualcosa che era perduto, come si dà un tesoro ritrovato.

Toccare, tra tutti i sensi, è quello dell’assoluta prossimità, quello che in questo tempo ci è precluso. Non possiamo abbracciare, non possiamo toccare chi amiamo.

Eppure Gesù ci dice di non piangere, ma soprattutto, fa suo il dolore di quella madre, è tutt’uno con il dolore di chi soffre in questo tempo la pena più grande. La porta dove si incontrano la vita e la morte deve restare aperta, lo sguardo deve essere vigile. Gesù ci invita a stare desti, a risvegliare la vita vera dal sonno di morte. Ci invita a non avere paura del silenzio, in questo tempo di troppe parole. Quella madre non chiede il miracolo. Sta sola con la dignità del suo silenzio dentro il dolore. E Gesù non la abbandona.

Luca 7, 11-17

Nella città di Nain, in Galilea, due folle si incontrano presso le porte della città.

Una accompagna Gesù, è una folla grande, che immagino festosa: Gesù ha appena guarito il servo di un centurione. Poi c’è la folla muta e dolente che accompagna al sepolcro il feretro di un morto. Si tratta del figlio unico di una madre vedova. Quale dolore può essere più grande di quello di una donna sola, che ha perso il marito e ora anche l’unico figlio?

Gesù la vede e sente il suo dolore muto. Va dalla donna senza che lei lo chiami, senza che lo preghi, senza che lo esorti a fare miracoli. C’è un silenzio solenne in questo loro incontro di sguardi, e una profonda dignità nello strazio di questa madre sola, nonostante la folla che la accompagna. Di Gesù ci vengono dette tre cose.

La prima: vedendola, il Signore ne ebbe compassione. Quel verbo in greco ci dice molto di più: Gesù sente il dolore fin dentro le viscere, una parola che indica cuore fegato polmoni, ma anche il grembo materno. Gesù sente il dolore della donna nella propria carne, e anche nella carne di lei. Gesù diventa, è madre dolorosa.

La seconda cosa che sappiamo è che lui le parla, ma pronuncia solo due parole, un ordine preciso, netto, forse sussurrato. “Non piangere”. Non aggiunge altro.

La terza cosa che fa è avvicinarsi alla bara e toccarla.

Gesù vede, parla, tocca.

I portatori si fermano. C’è una profonda concentrazione in tutta la scena, gesti muti e misurati, senza una sbavatura. Io a volte non capisco le parole di Gesù, non capisco il senso delle parabole, ma qui tutto è chiaro, luminoso di una luce nitida e sacra 1.

Le ultime parole sono quelle che rivolge al figlio morto. Ancora una volta troviamo un unico imperativo, un monito forte. Non “Alzati”, come spesso viene tradotto il greco, ma “svegliati”, e il ragazzo si solleva e comincia a parlare, con lo stesso balbettamento di un bambino.

L’ultimo gesto di Gesù è tutto raccolto dentro il verbo “dare”. Gesù diede il figlio a sua madre, come si dona un frutto, come si rende qualcosa che era perduto, come si dà un tesoro ritrovato.

Toccare, tra tutti i sensi, è quello dell’assoluta prossimità, quello che in questo tempo ci è precluso. Non possiamo abbracciare, non possiamo toccare chi amiamo.

Eppure Gesù ci dice di non piangere, ma soprattutto, fa suo il dolore di quella madre, è tutt’uno con il dolore di chi soffre in questo tempo la pena più grande. La porta dove si incontrano la vita e la morte deve restare aperta, lo sguardo deve essere vigile. Gesù ci invita a stare desti, a risvegliare la vita vera dal sonno di morte. Ci invita a non avere paura del silenzio, in questo tempo di troppe parole. Quella madre non chiede il miracolo. Sta sola con la dignità del suo silenzio dentro il dolore. E Gesù non la abbandona.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Elena Malaguti)

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».


Commento di Elena Malaguti

Io scarto, io malata, adultera, discepola, straniera, schiava, lontana dalla scintilla divina, ti incontro e tu mi guardi, mi riconosci nella mia identità, nella mia differenza, nel mio essere unica ed originale, una donna. Ti rivolgi proprio alle donne, a me e ad ognuna di noi, con amore e misericordia, ti lasci profumare, lavare e dici «Io sono la Luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della Vita».

Il profeta è Luce nel mondo, non giudica, non trasgredisce le Leggi, le libera, e rendi Liberi affinché le Leggi sia uno strumento per raggiungere la propria pienezza. La vita di Gesù, sulla terra, spiazza, apre nuovi orizzonti, possibilità, trasforma i deserti in giardini, ma sempre attraverso il disincanto della realtà.

Gesù è la sorgente, che permette di entrare in contatto con l’armonia della Natura e di riscoprire il cammino: che è fatto di cadute, di molti inverni, di trasgressioni, di prove, di errori, di ricerca e di speranza. Molte sono le donne che, in modo profetico, lo hanno riconosciuto. Durante la Passione di Cristo, osservano la croce e nei loro occhi rimane il terrore, la paura, la sofferenza per non potere fare nulla. Le donne assistono alla crocifissione. Guardano il sepolcro vuoto, incontrano gli angeli non pensano alla resurrezione. Sono tristi, attonite, provano solitudine, percepiscono il profondo smarrimento. Forse si domandano: “- Ed ora cosa accadrà di noi, come potremo vivere senza percepire l’amore profondo intimo, divino, che scalda il cuore, apre le menti e ci permette di vivere con umiltà e semplicità?” - Chi riscatterà le nostre vite? Il cammino che seguirà corrisponde alla strada che le farà passare dal pianto, alla gioia, dalla più profonda incomprensione, alla fede, insieme ad altri e all’interno di nuove comunità. Esse capiranno, attraverso l’aiuto del Nazareno risorto, che si manifesterà, che non sono sole e Lui non le abbandonerà mai. Esse, attraverso un profondo cambiamento di sguardo, entreranno in comunione con un’altra dimensione, si lasceranno amare e permetteranno a Lui di entrare. L’incontro con Gesù risorto non è l’incontro con l’esperienza che le donne hanno fatto in precedenza, è indice di una trasformazione, richiede di entrare in relazione in un altro modo. Sono molte le donne ancora oggi oppresse, denigrate, abusate, ferite, private della loro libertà o che non riescono ad amarsi, a essere amate e ad incontrare l’Amore nella loro Vita. Invochiamo lo Spirito, in questo momento di distanziamento sociale, affinché anche noi possiamo lasciare il superfluo, possiamo imparare ad ascoltare il rumore delle onde del mare, il fruscio del vento, per ripulire il cuore e le menti, per comprendere come organizzarci, perché il COVID -19, ha creato una rottura ed un profondo cambiamento è richiesto, ed è urgente. Entriamo anche noi in contatto con il sepolcro vuoto, mettiamoci al servizio, così come ci viene richiesto, chiediamo a Lui un aiuto, per modificare i nostri comportamenti. Invochiamo i bambini e le bambine, i giovani, le donne e gli uomini, affinché nasca il seme della nuova alleanza fra noi e il Pianeta. Ecco il sepolcro! Ci parla, ci fa incontrare il nostro vuoto e la sete di gioia, di amore, di bellezza, affinché possiamo essere da Lui contaminati. Ringraziamo la Vita per i doni che ci offre, per i volontari, gli uomini e le donne di pace, gli infermieri, i medici, gli insegnanti, gli addetti alle pulizie e tutti coloro che ci stanno permettendo di rimanere al caldo nelle nostre case, affinché possiamo uscirne rinnovati e metterci al servizio dei piccoli, dei deboli, di coloro che sono senza casa, senza amore, lasciati soli e dimenticati. Sia Lode e Gloria a Dio, Re del Cielo e dell’Universo! Gloria alle piante, ai fiori, al mare e alle montagne e a tutti coloro che si fanno piccoli, per dare voce all’Invisibile che avanza e che ci ama, di un amore infinitamente grande. Vai e non peccare più! Sono le ultime parole di Gesù a quella donna. Vai…. non fermarti… non guardarti indietro …. non cadere più nel pericolo che qualcuno ti porti via la tua identità…. non farti più sottomettere dall’opinione degli altri, sembra che voglia dirci di non adulterare più la vita.

E’, forse, questa la Via Maestra da seguire, che Gesù ci indica e che attraverso il Suo sacrificio ed esempio può divenire una realtà per tutti e ciascuno di noi?



Luca 21, 1-8: In una povera vedova il mistero pasquale (Lidia Maggi)

quaresima in quarantena

Non è mai accaduto nel corso della mia vita che il tempo della quaresima venisse a coincidere con il tempo della quarantena. Una quarantena che non finirà con la Pasqua. Le porte delle nostre case rimarranno ancora serrate, quando risuoneranno i rintocchi che annunciano: il Signore è risorto. Ma se le porte delle case ci separano dall'abbraccio, possiamo sempre riaprire quelle del cuore e lasciare che la speranza risorga dalle ceneri della nostra paura. È una speranza ferita, che porta i segni delle nottate insonni e delle preoccupazioni; una speranza ruvida come le mani di una casalinga.

Prepararci a ripercorre la passione del Signore in questo momento storico sembra meno difficile, non è vero? Ora che abbiamo dovuto fermarci, che siamo stati costretti a rimanere in casa, lontano dai nostri amici, senza la possibilità di riunirci come chiesa, conosciamo un po' meglio la solitudine e comprendiamo qualcosa di più su quella di Gesù, lasciato solo nel Getsemani. Quella preghiera sofferta, mentre i discepoli dormono, ci richiama la solitudine di quanti vivono da soli la quarantena.

La solitudine di Gesù ci ricorda quella degli anziani, degli ammalati, allontanati per esigenze mediche dai propri cari.

E anche la paura di morire, che Gesù conosce e che verbalizza nella preghiera del Getsemani : “se tu puoi, allontana da me questo calice”, la capiamo meglio in questo tempo di contagi, lutti, malattie. Il grido sulla croce: “mio dio, mio dio, perché mi hai abbandonato?” richiama quello soffocato dei tanti che muoiono da soli senza la presenza di un congiunto; o quello di chi si chiede dov'è Dio in questo tempo di malattia...

Alla soglia della passione

Entro nel cuore della Pasqua, nel tempo della passione, attraverso una breccia che l'evangelo di Luca ci apre per farci comprendere quanto andrà a narrare, l'episodio della vedova che dona tutto ciò che ha.

Il vangelo di Luca, per farci capire il senso della pasqua di Gesù, fa una digressione: ci porta nel Tempio, ci chiede di osservare quello che Gesù osserva e indica ai suoi. Un episodio marginale, ma collocato in un luogo strategico, alla soglia del racconto della passione. Un episodio che si pone come parabola per narrare la morte di Gesù, anche se qui di morte non si parla, e tanto meno della morte di Gesù. A dire il vero, non è nemmeno Gesù il protagonista, ma una povera vedova. Gesù è solo un osservatore.

L'idea di farci entrare nella passione attraverso una miniatura l'aveva già usata l'evangelista Marco. Ricordate? Il racconto della donna anonima che unge il capo di Gesù (Mc. 14,1-11). Luca riprende questo stratagemma, ma questa volta non siamo all'interno di una casa: siamo nel Tempio; e la donna non ha un tesoro da sprecare (olio di nardo purissimo dal valore di 300 denari): ha solo due spiccioli. Poca cosa per aiutare i poveri.

Una povera vedova ci introduce nel mistero della Pasqua.

Vedova, povera, inutile, l'anello più fragile della società. Eppure è lei che Gesù mette in cattedra per spiegare ai discepoli, ai futuri leader della sua chiesa, come si dona a Dio. Come si è chiesa! È come se Gesù stesse indicando ai suoi il destino della chiesa che, nella sua vedovanza, nella povertà, può donare tutto ciò che ha. Due modelli si scontrano: quello del potere istituzionale che ruba

persino ai più poveri e quello della vedova. Poco prima Gesù aveva ammonito ai suoi di guardarsi bene dai responsabili religiosi, gli scribi, i quali passeggiano volentieri in lunghe vesti, amano essere salutati nelle piazze, e avere i primi posti nelle sinagoghe e nei conviti; 47 essi divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra...

guardatevi da loro ma guardate invece a questa vedova e scegliete oggi che chiesa volete essere. (Luca 20, 46-47)

Oggi sento che in questa fragilità di liturgie, in questa assenza di celebrazioni la vedova nel tempio possa rappresentare meglio una chiesa in lutto, per la morte dei tanti anziani che la riempivano fedelmente, con la loro presenza fedele. In questi tempi, la chiesa, povera di eucarestia, senza celebrazioni liturgiche, può scegliere di vivere questo tempo rimpiangendo quanto perduto e immaginando, a fine clausura, di poterlo ritrovare per riprendere la vita ordinaria oppure può, far proprio questo modello ecclesiale scoprendolo capace di aprire una breccia di senso verso il mistero pasquale.

La povera vedova, un modello ecclesiale

Siamo tutti parte di una chiesa povera adesso: una chiesa che anche se ha luoghi dove potersi incontrare non può farlo.

Ci mancano gli abbracci, il contatto diretto, il poterci guardare negli occhi, tenerci per mano. Ci sentiamo come quella povera vedova, senza ricchezze da donare. Non abbiamo olio profumato per accompagnare il Signore nella sua passione; non abbiamo le forze, forse nemmeno le competenze per annunciare speranza in un mondo disperato. Cosa possiamo dare a Dio, in questo tempo di carestia, di restrizione? Nulla. Le nostre forze sono allo stremo, la speranza è quasi ammutolita dalla paura, le tasche quasi vuote: solo due misere monetine. Ma come si fa a curare il mondo con due monetine?

A scaldare il cuore pietrificato dalla paura per annunciare la speranza pasquale? Ricordate la favola della piccola fiammiferaia, che prova a resistere al gelo scaldandosi con soli tre fiammiferi? Oggi siamo questa chiesa vedova persino di speranza che prova a scaldare il cuore pietrificato dalla paura per annunciare la speranza pasquale...Ma quando ci abbandonano le forze e non abbiamo i mezzi, quando pensiamo di essere inutili, scopriamo che Dio la pensa diversamente. Gesù vede i tanti che donano molto nel Tempio, ma indica come esempio colei che non ha niente e dona tutto. Mi consola questo. Una chiesa povera di mezzi, di risorse, di forze, di salute, di membri, di giovani e ahimè, ora anche di anziani: questa povera chiesa viene osservata da Gesù e non solo non è disprezzata ma è additata come esempio di dono totale, nella misura in cui dona tutto il niente che ha. Mi dico: allora c'è speranza per noi, per la nostra chiesa! C'è ancora uno spazio di missione: siamo una povera vedova senza mezzi, ma Gesù si serve di noi, se ci fidiamo di lui e gli diamo tutto. È con i piccoli che Dio costruisce il suo Regno!

Due spiccioli di vita: gli anziani

C'è però un'altra ragione per cui questa scena mi parla particolarmente in questo tempo di preparazione alla pasqua: la fragilità di questa donna che dona a Dio tutto ciò che ha, anzi, letteralmente, tutta la sua vita, mi fa pensare ai nostri anziani. Non hanno davanti a loro una lunga vita come quella dei giovani; restano loro solo due spiccioli di vita, poca cosa rispetto ai 300 denari dei più forti. Gli anziani sono i primi colpiti dal virus e, osiamo denunciarlo, quelli meno tutelati nella malattia. Di fronte ad un sistema sanitario andato in tilt, le prime vittime sono stati gli anziani: non ricoverati tempestivamente o non protetti in tempo nelle case di riposo che son diventati luoghi di morte. E questo perché, più o meno esplicitamente, viviamo in un tempo che giudica la vita di un anziano meno preziosa rispetto a quella di un giovane. È significativo il caso di un vecchio prete che rinuncia al respiratore in favore di un ragazzo: gesto generoso di martirio. Ma ci chiediamo: perché abbiamo messo un uomo nelle condizioni di dover decidere tra al sua vita e quella di un ragazzo? Se la nostra società pensa che gli anziani valgono poco, sono poco più che spiccioli del tesoro della vita, Gesù non sembra pensarla così. E non ci vuole molto per capirlo: quando muore un anziano, muore la memoria, il rapporto con le generazioni. Non muore un anziano, ma una persona, un mondo che lascia un vuoto nei legami creati. Una società che non sa riconoscere l'importanza degli anziani è una società destinata ad ammalarsi di efficienza, produzione, ipertensione.

La vedova, figura della vita di Cristo donata

Gesù indica in una povera vedova, probabilmente anziana, colei che ci può introdurre nel cuore del mistero pasquale. La vedova rappresenta la vita di Gesù; questa donna fa un gesto simile a quello che di lì a poco lui stesso farà: donare tutto, tutta la sua vita. Volete capire come si dona a Dio? Imparate da questa povera vedova che ha donato tutto il resto della sua vita, gli scampoli dell'esistenza. La Pasqua è questa: dono totale di se'. Vita offerta come dono. Non ci salvano ricchezze e potenza ma la vita rischiata, non trattenuta, donata. Non ci salvano le assicurazioni, ma la generosità di chi non ha paura a dare il poco che ha.

Vedi quella vedova che dona tutto? E' Gesù che dona tutto sé stesso per noi...vuoi essere la sua chiesa? Nella tua povertà, dona, non una parte, dona tutto quello che hai e se non hai nulla, dona tutta la tua inutilità. La tua debolezza, lo scampolo di speranza che ancora ti resta e sarà Pasqua, sarà risurrezione...perché in te, chiesa in lutto, la gente vedrà la presenza reale di Cristo, dono di Dio per noi.

Giovedì Santo - 09.04.2020

PER FARE LA PASQUA IN CASA

Ricordo dell'ultima cena quando Gesù ha fatto dono di sé con due segni:

lavando i piedi e donando un pane … Con la sua morte darà fisicamente la sua vita.

"Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici"

(Gv.15,13)

( Si possono preparare un pane, un catino, una brocca, un asciugamano, un candela accesa…)

“Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi…». E preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi».” (Luca 22,14…)

Fate questo in memoria di me.

Ritrovarci stasera vuol dire rispondere ad un desiderio di Gesù….

condividiamo i nostri desideri...

Preghiera:

Vengo a cena da te, vengo a piedi nudi,

per toglierti la paura e riaprirti allo stupore.

Vengo a cena da te per ricordarti

che hai avuto più volte una seconda possibilità.

Vengo a cena da te per spezzare il pane

e ricordarti che la vita va condivisa e consumata.

Vengo a cena da te per aprire la strada alle parole, per aprire altri spazi.

- Gesù, donaci forza e coraggio per per imparare ad amare e servire.

Insegnaci a contemplare i tuoi gesti,

perché siano essi ad ispirare i nostri.

Tu ci hai donato persone che nella nostra vita ci hanno fatto del bene,

aiutaci questa sera a fare memoria del dono dell'amicizia.

LA LAVANDA DEI PIEDI

E’ uno dei gesti più semplici e rivoluzionari che ci ha lasciato Gesù.

Così importante che nel vangelo di Giovanni e’ narrato al posto del gesto del pane e del vino.

Nelle Chiesa antica diverse comunità come quella di Ambrogio di Milano riteneva la lavanda dei piedi un sacramento. Per chiedere e ricevere il perdono ad esempio.

Al tempo di Gesù a lavare i piedi toccava al servo. Gesù inverte i ruoli. Lui, il Signore prende il posto del servo e lava I piedi. Lui il maestro lo fa con i suoi discepoli e discepole.

Non è un gesto sacro. Che appartiene al linguaggio della religione. E’ un gesto della vita che esprime si la sacralità ma di cosa? Non del potere, non della religione ma della persona, della relazione, della cura.

E’ un gesto di anti-potere. Una scelta vitale. Se vogliamo anche una scelta che ribalta la prospettiva. Non si è grandi quando si comanda ma quando si ama.

Un gesto che ha anche un valore politico. Perché sceglie la logica del dono e non quella del dominio.

In una sera come questa lavare i piedi ai propri figli, ai propri compagni di vita, ai propri vecchi se vivono con noi può essere il modo per dire in modo laico, semplice, umano come intendiamo vivere.

In questi giorni uno dei grandi scienziati italiani dell’Accademia dei Lincei ha detto una cosa sorprendente : oltre alla straordinaria generosità degli infermieri e dei medici, la maggior parte di vite le abbiamo salvate noi, decine di migliaia di vite. Con il quotidiano prenderci cura dei nostri bambini, dei nostri vecchi, delle nostre relazioni e dei nostri affetti.

In questo tempo in cui avvertiamo la fatica, la paura, spesso l’impotenza e’ importante riscoprire questo gesto che salva la vita. Che ci mette davanti all’altro, al fragile, al piccolo non in una posizione di dominio ma di cura, di amore.

Forse in questa imprevista situazione quel gesto diventato il più delle volte una “roba di chiesa” con le brocche d’argento e l’odore di incenso, ritorna nelle case, ritorna da dove era incominciato. Al secondo piano di una casa dove Gesù aveva fatto preparare con cura per la Pasqua.

Torna ad essere il gesto semplice che può rovesciare il mondo, rimettendo in piedi l’Amore.

Leggiamo il testo di Gv 13,1-20

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

- Commento:

Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucarestia,

Giovanni vuole che l’Eucarestia non sia un rito magico, l’andare a Messa.

L’Eucarestia è esattamente lavare i piedi.

Lavando i piedi esprime l'essenza di Dio.

Dio chi è? È uno che lava i piedi.

"avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine".

Si dice che lì amò fino al compimento, fino alla fine. In greco c’è la parola telos che vuol dire “punto estremo”, più di così non poteva fare.

Tutte le Scritture raccontano l’amore di Dio per l’uomo, di Dio che va in cerca dell’uomo. Finalmente il cammino di Dio giunge a compimento, finisce il suo cammino.

"Si alzò da tavola depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita".

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Si dice che prende un asciugamano, un grembiule e se lo cinge, poi non si dirà più che se lo leva. Il vestito più intimo di Dio è e resta sempre la veste del servo.

Lavare i piedi è un gesto di ospitalità, di accoglienza, di intimità.

Per questo dirà a Pietro:

«Se non ti laverò, non avrai parte con me».

Se non accetti questo amore, non sai che cos’è l’amore, non sai cos’è la vita.

E poi comincia ad asciugarli con il telo. Perché proprio i piedi? L’uomo è il suo cammino: come cammina, come vive, così agisce. Gesù, lavando i piedi, ha guarito anche il nostro cammino, il nostro modo di vivere. Guarisce anche il nostro modo di pensare, di valutare le cose.

«Sapete ciò che vi ho fatto?».

Non è secondario che lui ci richiami a capire che la vera sapienza è saper lavare i piedi, che la potenza vera è quella di mettere la vita a servizio, non di sterminare la vita, non di dominare sugli altri.

“Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”.

Questo lavarci i piedi gli uni gli altri e servirci è fare quello che ha fatto lui, è il fondamento delle nostre comunità, delle nostre famiglie. Il fondamento della comunità cristiana è qui, è l’Eucarestia. Ecco perché Giovanni non parla dell’Eucarestia, ma parla del lavare i piedi. Il senso è lo stesso.

Dove c'è amicizia lì c'è Dio e lì c'è l'uomo.

L'amicizia è il più grande dei sacramenti.

A questo punto...

Lavanda dei piedi..

se è possibile o lo si ritiene opportuno ci si potrebbe lavare reciprocamente i piedi in segno di amicizia di perdono, di impegno a mettere la propria vita ai piedi dell'altro…

Ci si può comunque scambiare un segno di amicizia …una lettera, un dono povero , ma simbolico capace di esprimere ciò che si vuol dire all'altro…un grazie per le persone che hanno arricchito di amicizia la nostra vita…per il bene che ci è stato dato…

Erri De Luca

ELOGIO DEI PIEDI

Perché reggono l’intero peso.

Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.

Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.

Perché portano via.

Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.

Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro

non ci sono ali.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.

Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.

Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.

Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.

Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.

Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.

Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.

Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.

Perché non sanno accusare e non impugnano armi.

Perché sono stati crocifissi.

Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.

Perché, come le capre, amano il sale.

Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

I piedi sono una delle parti più sensibili del nostro corpo; perché con la pianta dei piedi si percepiscono tante cose, di noi stessi, e dell'ambiente in cui ci troviamo. Scambio tra tra la pelle e gli elettroni accumulati sulla superficie terrestre: sintonia tra superficie e interiorità. Bisogna tenere i piedi per terra per essere sensibili, così come sono sensibili i piedi, che rivelano i segreti del nostro modo di stare nella realtà e di sentirla e perché i piedi stanno in basso e bisogna avere lo sguardo che parte dai piedi.

"… un uomo ha il diritto di guardare un altro dall'alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi". (Garcia Marquez)

Si spezza il pane e ciascuno ne offre un pezzo all'altro.

Il pane si mangia solo se donato…come la vita.

Pablo Neruda

ODE AL PANE

Del mare e della terra faremo pane,

coltiveremo a grano la terra e i pianeti,

il pane di ogni bocca,

di ogni uomo,

ogni giorno

arriverà perché andammo a seminarlo

e a produrlo non per un uomo

ma per tutti,

il pane, il pane

per tutti i popoli

e con esso ciò che ha

forma e sapore di pane

divideremo:

la terra,

la bellezza,

l’amore,

tutto questo ha sapore di pane.

Padre nostro…

"PERCIO', O FIGLI, CONSERVATE L'AMICIZIA CON I FRATELLI PERCHE' NULLA IN QUESTO MONDO C'E' DI PIU' BELLO. E' UN CONFORTO IN QUESTA VITA AVERE QUALCUNO CUI APRIRE IL CUORE, CUI SVELARE I SEGRETI, CUI MANIFESTARE I SENTIMENTI DEL TUO PETTO. AVRAI COSI' UN UOMO FEDELE, CHE NELLA FORTUNA SI CONGRATULERA' CON TE, NELLA TRISTEZZA PARTECIPERA' AL TUO DOLORE E NELLE PERSECUZIONI TI ESORTERA' AL BENE.

Domenica delle Palme - 05.04.2020

SI POTREBBE PARTIRE METTENDO AL CENTRO UN RAMO D'ULIVO (O UN DISEGNO CON UNA COLOMBA CHE PORTA UN RAMO D'ULIVO), AVENDO A PORTATA DI MANO UN VANGELO PER LA LETTURA DELLA PASSIONE SECONDO MATTEO NEL MOMENTO INDICATO.

- Oggi è un giorno di festa.

Facciamo festa a Gesù, ma facciamo festa anche ai bambini.

Facciamo festa oggi alla speranza.

Facciamo festa a un Dio che viene a trovarci, che entra nelle nostre strade, nelle nostre case, perché possiamo cambiare, crescere, fiorire come fioriscono gli alberi, come fiorisce chi ha una speranza dentro.

E' Gesù, il Signore della vita, il Signore che ci da il sole, la luce, la vita, il coraggio.

I rami di ulivo rappresentano la vita, il coraggio del domani.

I protagonisti, i portatori di questa speranza sono i bambini.

- Nel descrivere l'ingresso di Gesù in Gerusalemme, sono i bambini che danno voce ai canti, distendono sulla strada i loro mantelli, portano in mano rami d'ulivo. Sono loro a prendere l'iniziativa per accogliere Gesù, i veri discepoli…diventati bambini!

Ci vuole sempre un bambino che incominci, come quando si trattò di tirar fuori due pani e cinque pesci. Un bambino non ha niente da perdere; può fare brutta figura senza vergognarsi. Non sa neanche cosa voglia dire fare brutta figura.

I bambini quel giorno hanno fatto una cosa bella, anche se hanno danneggiato qualche ulivo o sciupato qualche mantello. Ci hanno messo tanta spontanea bontà, che perfino Gesù, così schivo di popolarità, finisce per accogliere , sorridendo, quell'accoglienza festosa, preso da commozione e consolazione.

La sua passione, non poteva essere introdotta sulle strade e sulle piazze della nostra vita se non con questa scena di purissima follia, come è follia il fatto che uno, senza interesse, si dispone a dare la vita per tutti.

- I rami d'ulivo nelle mani dei bambini, ricordano quel ramoscello di ulivo che una colomba portò a Noè dopo il diluvio in segno di pace: il diluvio era finito!

L'ulivo ci doni la speranza che l'umanità si riconosca una sola famiglia, come dentro un unica arca in cui ci stanno uomini e animali e tutto il creato.

PREGHIERA della COLOMBA

L'arca aspetta, Signore. L'arca aspetta il tuo beneplacito e il segno della tua pace…

Io sono la semplice colomba, semplice come la dolcezza che viene da te!

L'arca aspetta, aspetta, Signore! Ha sofferto…

Lascia che io le porti questo ramoscello di speranza e di gioia

e deponga nel cuore di ciascuno la pace

di cui il tuo amore mi ha rivestita!

Amen.

- Dal Vangelo secondo Matteo

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; troverete un'asina legata, e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: "Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un'asina, e un asinello, puledro d' asina"».

I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l'asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!» Quando Gesù fu entrato in Gerusalemme, tutta la città fu scossa, e si diceva: «Chi è costui?» E le folle dicevano: «Questi è Gesù, il profeta che viene da Nazaret di Galilea».

- "…il Signore ne ha bisogno!"

Di un asino! L'umorismo non è fuori di posto nel vangelo!

Quanti servi nascosti ha il Signore! Sono sparsi ovunque e servono il Signore con prontezza e fedeltà. Forse non hanno una cognizione chiara del servizio che rendono e a chi lo rendono, ma, in compenso, quanto disinteresse e quale prontezza e devozione nel servire il Signore che non conoscono!

Sembra che il popolo sia innamorato di tutto ciò che è negativo o abbia comunque a che fare col male e con la morte. Ci si lamenta dell'economia e della produzione e del cattivo funzionamento dei servizi.

Eppure, il popolo non è solo quello ...c'è ancora chi fatica e lavora impegnando le proprie giornate al piccolo mattone di quella casa comune che si chiama terra. Sono essi il fondamento di questa casa. Di questa positività popolare dà testimonianza un piccolo libro di lettere e poesie, intitolato: Lo vuoi il sole della vita? Si tratta dell'aiuto che una madre di famiglia friulana e altre persone di buona volontà hanno cercato per lungo tempo di dare ad alcuni carcerati. È interessante che a questa rieducazione delle coscienze siano servite anche le poesie. Vale la pena di proporne una di un anonimo e che a me pare il miglior commento alla situazione a cui abbiamo accennato: «Oh Signore, ascolta la preghiera di noi asini. / Ormai nessuno ci tiene più in considerazione, / non ci invitano neppure ai programmi di Quark, / dedicati agli animali / perché non risultiamo abbastanza interessanti / per gli ascoltatori. / Eppure, Signore, / quando sei nato / hai avuto uno di noi a farti compagnia. / Quando la tua vita era in pericolo / ti sei servito di uno di noi per fuggire in Egitto. / Quando, a conclusione dei tuoi giorni, sei entrato nella Città Santa hai cavalcato uno di noi. / Cosa sarebbe stata la tua vita senza di noi, asini? / O Signore, anche quando portiamo pesi / che nessuno vuol portare, / anche quando siamo a disagio / perché non abbiamo né titoli né lauree, / aiutaci a ricordare che Tu: ti puoi servire di noi, / per salvare l'umanità».

- Di che cosa ha bisogno il Signore? Il Signore ha bisogno del mio respiro, della mia preghiera, delle mie lacrime, della mia pietà, della mia rinuncia, del mio bicchiere d'acqua.

Ha bisogno di medici ed infermieri che in questi giorni lavorino in silenzio: "siamo professionisti, non infallibili, ma con un'etica, e di fronte al dolore e alla malattia, non ci si tira indietro. Non per diventare eroi, ma per rispondere alla nostra coscienza".

Come un giorno ebbe bisogno di un asino per fare il suo ingresso in Gerusalemme: la città della pace, così ogni momento ha bisogno di operatori di pace per dare respiro a questo mondo.

Merita attenzione il fatto che Gesù abbia utilizzato un asino per la sua “entrata trionfale”. in Gerusalemme. Presentarsi su di un umile asino e circondato da persone umili esprime il fatto che l’aspetto più umano della nostra vita si realizza nella semplicità e nel rifiuto di ogni pompa e di ogni desiderio di dominio. Qualcuno vede nell'asino legato un'immagine della mitezza e della povertà per troppo tempo legate, emarginate, che Gesù slega e cavalca. Siamo disposti a fare spazio ad una umanità mite e povera, a credere la vera forza non sta nel potere, ma solo nella bontà?

Lo stile di vita di Gesù, dalla modalità della sua nascita in una mangiatoia, fino al suo ingresso a Gerusalemme in groppa ad un asino, è nel segno della povertà e della mitezza.

Dacci, Signore, di mantenere i piedi sulla terra,

e le orecchie drizzate verso il cielo,

per non perdere nulla della tua Parola.

Dacci, Signore, una schiena coraggiosa,

per sopportare gli esseri umani più insopportabili.

Dacci, Signore, di camminare diritti,

disprezzando le carezze adulatorie e schivando le frustate.

Dacci, Signore, di essere sordi alle ingiurie, all'ingratitudine,

è la sola sordità cui aspiriamo.

Non ti chiediamo di evitare tutte le sciocchezze,

perché un asino farà sempre delle asinerie...

Dacci semplicemente, Signore, di non disperare mai della tua misericordia

così gratuita per quegli asini così disgraziati che siamo,

come dicono quei poveri esseri umani,

i quali però non hanno capito nulla di Te,

che sei fuggito in Egitto con uno dei nostri fratelli,

e che hai fatto il tuo ingresso profetico a Gerusalemme,

sulla schiena di uno di noi.

A QUESTO PUNTO LEGGIAMO IL TESTO DELLA PASSIONE DI GESÙ SECONDO MATTEO

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo 26,14 - 27,66

…………………………….

…………………………….

Parola del Signore.

- La storia che abbiamo letto e ascoltato non è la storia del passato: è la nostra storia.

Ognuno di noi può essere uno o l'altro dei personaggi.

- I discepoli che dormono e poi fuggono…

- Giuda che tradisce e vende. Non riconosce l'amicizia fino in fondo…

Cerca guadagnare sulla pelle degli altri…

- Pietro…che fatica di mantenere le promesse.

- La folla…è più facile seguirei pensiero di tutti

che essere capaci di scelte personali.

- La moglie di Pilato: l'unica che grazie ad un sogno, si coinvolge, si muove

a compassione per cercare di salvare un uomo che sente giusto

e innocente...

- Pilato…che se ne lava le mani.

- Il Cireneo…l'asino che porta il peso dell' ingiustizia…

- Il Centurione…l'unico che cambia il suo modo di vedere, di vivere.

- Maria…capace di stare…in piedi davanti alla croce

PREGHIERA CONCLUSIVA

- Ero uscito di casa per saziarmi di sole.

Trovai un uomo che si dibatteva nel dolore della crocifissione.

mi fermai e gli dissi:

permetti che ti aiuti a staccarti dalla croce.

Lui rispose: lasciami dove sono,

i chiodi nelle mani e nei piedi

le spine intorno al capo. la lancia nel cuore.

Io dalla croce, da solo, non scendo.

Non scendo dalla croce fino a quando sopra vi spasimano i miei fratelli.

Io dalla croce non scendo fino a quando per distaccarmi

non si uniranno tutti gli uomini.

Gli dissi: cosa vuoi che faccia per te?

Mi rispose: vai per il mondo e dì a coloro che incontrerai

che c'è un uomo che aspetta inchiodato sulla croce...


V° domenica di Quaresima - 29.03.2020

Giovanni capitolo 11

Risurrezione di Lazzaro

Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».

All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».

Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».

Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.


Ne "il vangelo secondo Gesù Cristo" Josè Saramago quando arriva alla risurrezione di Lazzaro nel momento in cui "ci mancava solo che Gesù guardasse il corpo abbandonato dall'anima, tendesse verso di lui le braccia e dicesse, Lazzaro alzati… proprio in quell'istante, ultimo e finale, Maria di Magdala, posa una mano sulla spalla di Gesù e dice: - nessuno ha compiuto tanti peccati in vita per meritare di morire due volte - a quel punto Gesù lasciò cadere le braccia e si allontanò per piangere".

E' l'ultimo segno di Gesù, nel libro dei segni dell'evangelista Giovanni. Poi inizia il racconto del "segno dei segni", la passione, morte e resurrezione di Gesù.

Come tutti i segni e questo forse più di altri, hanno bisogno di essere interpretati.

E' qualcosa che riguarda una situazione individuale, oppure si riferisce a tutta la chiesa, o addirittura all'umanità nel suo insieme? Di certo non si può leggere questo testo come fosse un fatto riguardante singole persone: è un fatto globale, politico e sociale! Va letto su più piani.

Alcune domande:

Perché gli altri vangeli hanno ritenuto superfluo riportare questo episodio, tanto più che sono stati scritti prima, quando la memoria poteva essere ancora più viva?

Perché Gesù, se aveva il potere di resuscitare i morti, non ha esercitato di più questo potere?…sarebbe stato più credibile!

Ci sono appena tre resurrezioni nei vangeli.

Perché poi un miracolo così eclatante anziché suscitare entusiasmo, decreta la sua condanna a morte?

Perché poi quando sente della notizia della malattia di Lazzaro, Gesù, si ferma ancora due giorni nel luogo dove si trovava? Voleva, forse, aspettare che morisse per fare il miracolo? Strumentalizzare la vita delle persone per fare mostra delle sue capacità? Giocare l'ultima carta per dimostrare la sua divinità?

- Tutte queste domande ci spingono a cercare…per capire…per credere…per vivere

Le grandi parole, quelle all'altezza dei nostri desideri più profondi, nascondono insidie quasi invincibili. Capisco perché Gesù quando parlava di resurrezione ordinava di non parlarne a nessuno.

Il messaggio di oggi, il messaggio della resurrezione, della vita che non conosce la barriera della morte, nasconde in sé una frode. Rischiamo di appoggiare su questo messaggio tutti nostri desideri inappagati, le nostre frustrazioni, magari animati dal lievito dell'egoismo.

- E' il sesto dei segni che Giovanni riporta e come il primo, a condizionare Gesù, sono donne. A Cana è la Madre a spingerlo a trasformare l'acqua vino, perchè la festa, la vita, non abbia fine, . A Betania sono due donne, simbolo della comunità, rappresentati di quell'umanità nella sua dimensione materna, di chi si prende cura della vita.

-Passa del tempo tra l'ascolto della notizia della malattia di Lazzaro e la decisione di raggiungerlo: Gesù non teme che le vicende seguano il loro corso. E forse ci sono malattie che nessuno è in grado di guarire. A volte sono tentato di pensare che la malattia di Lazzaro fosse una malattia che lo ha portato al suicidio… e forse nessuno era in grado di fermarlo. L'umanità oggi è malata di una malattia che può essere per la morte o per la gloria di Dio!

Ritorna più volte l'espressione: "se tu fossi stato qui…non sarebbe morto."

E' vera purtroppo questa frase! Chi può dire che questa presenza che invochiamo non ci sia, ma che noi non sappiamo riconoscere!?

Quando Gesù, sta per morire sulla croce c'erano due persone che subivano la stessa pena: tutti e due gli chiedono la stessa cosa: la vita!

Uno quella di prima; l'altro qualcosa di nuovo!

"Io sono… - dirà Gesù alle due donne - la resurrezione e la vita".

Credi tu questo?

Noi di solito diciamo: facci vedere un segno e crederemo…Gesù dice: se credi vedrai…

Allora quello che Gesù cerca di aiutarci a compiere è un cammino di fede.

Anche il figliol prodigo era morto ed è tornato in vita. Ma prima ha dovuto un fare un lungo viaggio, partendo da lontano , verso l'interno di se stesso e poi verso il Padre, quel Dio che non ha mai cessato di chiamare Padre. Non sapeva cosa avrebbe trovato tornando a casa, ma se anche si aspettava molto meno rispetto a quello che di fatto trovò, si incamminò…

Così questo vangelo ci vuole aiutare a rimetterci in cammino.

Si parte con la consapevolezza della malattia che può essere per la morte o per la gloria di Dio.

Poi è chiesto a tutti di uscire: Gesù deve uscire dal luogo dove si era ritirato perché poco prima i giudei volevano ucciderlo, i giudei devono uscire da Gerusalemme, Marta deve uscire dal villaggio per andare incontro a Gesù, Maria deve alzarsi e uscire di casa per rispondere alla chiamata di Gesù,…tutte queste uscite convergono verso Lazzaro, per farlo uscire a sua volta dal luogo in cui era stato posto…Tutti convergono verso il posto in cui la povertà era estrema…la solitudine e il vuoto infiniti. L'appuntamento è nel luogo del limite, il luogo in cui io posso entrare in relazione con gli altri, con l'Altro. "Vieni e vedi…!".

Sembra che noi siamo capaci solo di relegare la vita in luoghi e spazi chiusi, senza aria, più simili a sepolcri che a quel giardino che Dio, fin dalla creazione del mondo aveva sognato per i suoi figli…

Questa era la vita che Gesù voleva donare a Lazzaro , al ladrone pentito, al figliol prodigo…a noi! - Vieni e vedi: è l'invito che prima Gesù aveva fatto ai suoi discepoli, ora la Chiesa nella persona di Maria rivolge a noi.

L'appuntamento è a Betania: casa dei poveri! Se non andiamo verso questo luogo, se la chiesa non è casa dei poveri..allora Lazzaro morirà, il fratello amato morirà. Se la chiesa non è la casa di Betania, uno spazio in cui tutti abbiano respiro, la chiesa, l'umanità muore.

Ma per fare questo ci sono degli ordini da eseguire: "togliete - sciogliete - lasciatelo andare".

Come a Cana: "riempite d'acqua le giare", tutta la fatica la fanno i servi senza obiettare, qui siamo tutti noi che siamo in uscita, chiamati ad obbedire, a servire.

Quando ormai non c'è più niente da fare: "sono già quattro giorni…puzza!"

Quando abbiamo speso tutte le nostre lacrime…ad un certo punto piangono tutti, anche Dio… arrivati a questa soglia da cui vediamo solo il luogo della morte, senza che il nostro sguardo riesca ad andare oltre, non resta che una parola "altra" dalle nostre.

Possiamo prenderla sul serio, pur apparendo inutile, (a che serve togliere una pietra, sciogliere dei legami, lasciare andare i sogni!) e obbedire, o restare legati al passato.

Diceva il cardinal Martini: "la morte è l'unico vero atto di fede. Prima c'è sempre una via d'uscita di fronte alle nostre scelte. Di fronte alla morte non c'è via d'uscita".

Credi tu questo. Credi che la vita è sempre legata alla parola che ascoltiamo e che anche nella morte una parola ci raggiunge, quella di Dio, e quando quella parola ci raggiunge la vita si sente chiamata in causa.

Il pianto e la preghiera sono lo spazio perché una parola "altra" possa esprimersi ed essere ascoltata. E così dopo il colloquio coi discepoli, il colloquio con Marta, il colloquio con Maria, e il colloquio con il Padre: l'ultimo colloquio è con Lazzaro: "Vieni fuori!".

Mentre prima tutti parlavano di Lazzaro o di quello che ognuno avrebbe potuto o dovuto fare, ma nessuno era in grado di rivolgere la parola al morto, Gesù si rivolge direttamente a lui e questi lo ascolta. Aveva detto: "Chi ascolta la mia parola ha la vita eterna…"(Gv. 5,24)

Quel pianto e quella preghiera; " ti ringrazio Padre" (difficile sempre dire grazie…soprattutto in certi momenti!) raggiungono Lazzaro, come il pianto e la preghiera di Maria di Magdala raggiunsero Gesù nel sepolcro e questi "vennero fuori", resuscitarono!

Lazzaro se ne va, non dice una parola, ma non torna alla vita di prima, è una chiamata per una svolta di vita.

Il tutto poi ha come contesto geografico un villaggio, Betania, dove c'era la casa di Marta e Maria, casa-rifugio per il cuore di Gesù. Ma il contesto più vero è il cuore delle persone. Mai si dice tante volte che il legame tra Gesù, Marta , Maria e Lazzaro era un rapporto di amicizia, di amore. Solo nell'amore ci sta il perdersi, il ritrovarsi, il piangere, il credere, l'uscire il togliere le pietre che soffocano la vita, il sciogliere i legami, il lasciare andare. Solo nell'amore si ode il grido di chi si sente solo...

E l'umanità riprende il cammino, e come quello dei magi dovrà essere sempre per un altra strada.

Fu miracolo…certo, ma non prima di un lungo lavoro di liberazione.

Credo che anche oggi mentre invochiamo il miracolo dobbiamo intraprendere un lungo cammino. …

Gesù non ha resuscitato Lazzaro perché tornasse a fare la vita di prima, ma perché intraprendesse una strada nuova, una vita nuova…

Quando usciremo da questa situazione non potremo tornare a fare la vita di prima, ma dobbiamo essere pronti ad inventarci, creare qualcosa di nuovo.

Occorre uscire dagli spazi in cui ci siamo rifugiati in cerca di sicurezze, darci appuntamento in un luogo preciso, a Betania, la casa dei poveri, dobbiamo piangere insieme, farci domande, superare le accuse…ma gli uomini del nostro tempo avranno il coraggio di aprire strade nuove o preferiranno costruire bei sepolcri condannando a morte chi indica nuove strade!?

"il primo giorno del nuovo mondo ci svegliammo salutando cogli occhi il ritorno del sole e una improvvisa voglia di correre…il primo giorno del nuovo mondo fu il tempo di uscire al di fuori di noi per cercare un sorso d'aria…per tornare alla vita più umani che mai e i sospiri di sollievo diventarono il vento". (Simone Cristicchi)


IV° domenica di Quaresima - 22.03.2020

Gv 9, 1-41

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: "Va' a Sìloe e làvati!". Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane».

- LE PAROLE PERDONO IL LORO SENSO,

MENTRE PERDONO IL LORO COLORE

IL MARE VERDE E IL CIELO AZZURRO,

CHE SONO STATI DIPINTI GRAZIE ALLE ALGHE

CHE EMISERO OSSIGENO PER TRE MILIONI DI ANNI.

E LA NOTTE PERDE LE SUE STELLE.

ORMAI CI SONO CARTELLI DI PROTESTA

AFFISSI NELLE GRANDI CITTA' DEL MONDO:

"NON CI LASCIANO VEDERE LE STELLE"

firmato: LA GENTE!

E NEL FIRMAMENTO

SONO COMPARSI GIA' MOLTI CARTELLI CHE GRIDANO:

"NON CI LASCIANO VEDERE LA GENTE"

firmato: LE STELLE!

( E. Galeano)

"Quando c'è la salute…"

In questi giorni Josè M. Castillo scriveva: la cosa più importante è la salute. Gesù di Nazareth, pur non essendo un medico, si è preoccupato sempre e in primo luogo della salute dei malati. Il vangelo è un messaggio religioso, ma Gesù intese la pratica religiosa non come una osservanza di rituali o di norme, ma come alleviare le sofferenze dei malati.

Il protagonista del racconto è l’ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di sua madre. Così povero che non ha nulla, possiede solo se stesso.

Gesù "passando vide…" Lo sguardo di Gesù: vide l’uomo. Non vede un malato, ma un uomo.

I discepoli non solo non vedono un uomo, ma in un certo senso nemmeno un cieco, bensì solo il problema che la cecità pone loro. Non rivolgono nemmeno la parola a quell’uomo. L’incontro di Gesù inizia vedendo un uomo: non una categoria, non un problema teologico, non una colpa, ma un essere umano.

Uno splendido romanzo di Saramago, "Cecità", narra la vicenda di una popolazione divenuta improvvisamente cieca. La vita si fa assurda, disumana.

In questo periodo di "cecità" che colpisce tutti emergono le stesse domande : Come mai? Chi ha peccato? Di chi è la colpa? Come intravvedere la luce in questa notte?

- Gesù non risponde a queste domande, forse perché non ci sono risposte che non siano superficiali, utili, magari, solo a giustificare se stessi.

La prima preoccupazione di chi non sa cosa fare è trovare un colpevole…che alla fine è sempre Dio.

A volte anche le nostre preghiere nascondono, inconsciamente questo stato d'animo.

Gesù vede un uomo: nella sua verità, fatta di fango.

- Cosa quello uomo non riusciva a vedere? Forse ce lo spiega il gesto che Gesù compie: "sputò per terra, fece del fango con la saliva e lo spalmò sugli occhi del cieco poi gli disse : vai a lavarti…"

Gesù è Dio che si contamina con l’uomo, ed è anche l’uomo che si contagia di cielo. Ognuno è una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto» (M. Zambrano). Il fango è la materia prima con la quale è fatto l'uomo: fango e saliva, terra e acqua. A pensarci: ben poca cosa. E' tutta la nostra miseria, la nostra umanità sempre difficile da accettare.

Cerchiamo di marcare la distanza con quelli che consideriamo gli scarti dell'umanità. Pensiamo solo a come gli omosessuali, erano costretti a vivere nell'oscurità. Pensiamo a tante persone che in un momento in cui non si può stare per strada hanno come loro unica dimora la strada…

E' proprio a queste persone, agli scarti della storia, della società che Gesù si rivolge affinché anche tramite loro si possano manifestare le opere di Dio.

Spesso pregiudizi culturali impediscono di vedere, accettare una persona semplicemente perché diversa.

Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo, ma solo a se stessa e alle sue regole? Mettere Dio contro l’uomo, ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede.

Come se il dare delle colpe, l'accusare di peccato qualcuno fosse l'unica categoria interpretativa della realtà. Questa categoria che sembra religiosa, la categoria del peccato , in realtà rende ciechi.

Gesù mette davanti agli occhi di quel cieco, la sua realtà e gli chiede di accettarla di amarla, di non farsi schiacciare dalla propria povertà, né dal giudizio degli altri.

E quando quelli che lo avevano visto prima se lo trovano davanti e cominciano a dire: "è lui…no, ma uno che gli assomiglia", ecco che viene fuori la risposta più belle di quell'uomo: SONO IO! Questo è il miracolo: poter affermare con forza e dignità, coraggio e libertà disarmante la propria identità.

Gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna a vita piena, «un uomo finalmente promosso a uomo» (P. Mazzolari).

Ha visto se stesso e non ne prova più vergogna, non ha più bisogno di elemosinare qualcosa dalla vita, perché lui stesso è vivo. Una luce interiore gli ha dato quella dignità che la religione e la società gli avevano tolto.

E a chi vorrebbe riportarlo nella condizione di prima, o fargli rinnegare se stesso, ripeterà sempre con più forza: io sono io e voglio essere semplicemente quello che sono.

Quando comincia a vedere si trova a dover affrontare sempre più difficoltà…come cieco non dava fastidio a nessuno, ma dal momento che ci vede, si ritrova tutti contro.

Ma saranno proprio le difficoltà che lo aiuteranno a vedere sempre meglio e di più.

E quell'acqua verso cui è andato lavarsi sono le lacrime che ha dovuto versare dal momento che ha accettato di essere se stesso e di esigere da tutti di essere riconosciuto per quello che era.

Infine viene espulso, cacciato fuori dalla sinagoga. (E'curioso che uno cacciato dalla sinagoga era come un appestato da cui bisognava stare ad almeno due metri di distanza!), ma da questa distanza ritrova chi gli aveva aperto gli occhi sulla realtà. E' come un bambino che quando nasce viene espulso, cacciato fuori, ma è il momento in vede, viene alla luce...

La prima volta aveva parlato solo Gesù e lui si era fidato, affidato. Stavolta instaura un dialogo.

Quell'uomo chiamato Gesù gli chiede: "tu credi nel figlio dell'uomo?".

Ci saremmo aspettati. tu credi in Dio?

E chi è questo figlio dell'uomo? Qual'è l'immagine d'uomo che dovrei e vorrei essere?

Ancora una volta, come alla samaritana Gesù risponde con la stessa espressione: " colui che parla con te!".

In questo sta il divenire persone vive , nel vedere la realtà dell'altro, nell'entrare in relazione con quello che è altro da me, partendo dall'accettare quello che ciascuno è …

Incontrare gli altri sull’unico terreno che abbiamo a disposizione, la nostra umanità.

Gesù alla fine con la sua nudità sulla croce non ha fatto altro che mostrarsi nella sua debolezza senza vergogna…e qualcuno ha visto in lui un uomo vero.

"Veramente quest'uomo è…veramente un uomo!".

Finisce così il vangelo.

Restiamo umani!

Lo sputo sulla mano si asciuga sul piccone

lo sputo in terra, poi, diventa fango,

e Dio ci impasta Adamo.

Lo sputo contro il muro diventa rosa, e sangue

lo sputo per la fame è duro, e bestemmia.

Lo spunto contro il viso io non l’ho mai saputo fare

e neanche dentro un piatto

lo sputo controvento, molte volte, assolo, senza amore.

Lo sputo.

Lo sputo tiene insieme

tutto quello che ho scritto. (Erri de Luca)

Focarina di San Giuseppe - 18.03.2020

III° domenica di Quaresima - 15.03.2020

Gv. 4, 1-42

Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni - sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli - lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria.

Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: là c’era la fonte di Giacobbe.

Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso la fonte. Era circa mezzogiorno.

Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Gli dice la donna: «Signore, non hai neanche un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque l’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui fonte d’acqua zampillante per la vita eterna».

«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non sia sempre assetata e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito».

Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è adesso – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, che vuol dire “unto”: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Io sono, che parlo con te».

In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: altro è chi semina e altro chi miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più a causa del tuo racconto che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

(testo dell'evangeliario di Bose)

- Leggiamo e percepiamo che questo incontro fa parte degli incontri veri, incancellabili. - Il pozzo e l'ora: "era circa mezzogiorno"… Quanto sia durato non si sa… Quando un incontro è vero, il tempo passa e non te ne accorgi. Quando un incontro è vero…di quante cose non ti accorgi!

- Della stanchezza per esempio: "affaticato per il viaggio sedeva al pozzo". Scomparsa la stanchezza! - Ti dimentichi della sete!… prepotente la sete! Ma alla fine tutti e due si dimenticano di bere! - Quando si è presi dall'incontro…quante cose scompaiono!

- Per capire, forse dovremmo andare a qualche incontro della nostra vita che è stato o è ancora per noi come aver bevuto acqua "viva".

Una pagina questa, che sembra la festa del desiderio. Che valore diamo al desiderio nella nostra vita?

- Festa del desiderio di Gesù, festa del desiderio di incontrare qualcuno che lo capisca: se ne torna in Galilea criticato perché faceva più discepoli e battezzava più di Giovanni, sebbene non fosse lui a battezzare. Fare il bene suscita invidia, gelosia…Anche i discepoli lo avevano lasciato solo…erano andati tutti a cercare cibo…

- E poi il desiderio della donna, un po' mascherato, sotto le sue domande che nascondono altro: domande sull'identità di quello straniero, che a sua volta apre domande sulla sua vita, sulle sue storie d'amore, tutte storie che avevano lasciato solo vuoto, più sete di prima. Forse per questo non si offende che Gesù la metta a nudo…un incontro vero mette a nudo!

Gesù e una donna, occhi negli occhi. Non una cattedra, non un pulpito, ma il muretto di un pozzo, per uno sguardo ad altezza di cuore. Con le donne Gesù va diritto all’essenziale: «Vai a chiamare colui che ami». Conosce il loro linguaggio, quello dei sentimenti, della generosità, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al centro. Non cerca nella donna indizi di colpa, cerca indizi di bene; e li mette in luce: hai detto bene, questo è vero.

Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata cinque volte con l’atto del ripudio. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. La resilienza di questa donna ci dice che ogni situazione difficile può comunicarci qualcosa di importante, che ogni sete può farci giungere all’acqua viva, che ogni deserto è anche sempre desiderio di una sorgente più profonda. La resilienza, infatti, è la capacità di trasformare le ferite in feritoie. Ma lo sguardo di Gesù si posa non sugli errori della donna, ma sulla sete d’amare e di essere amata. Non le chiede di sospendere questo rapporto da coppia di fatto, prima di affidarle l’acqua viva; non pretende di decidere per lei, al posto suo, il suo futuro. Lui è maestro di nascite, spinge a ripartire! Non rimprovera, offre: se tu sapessi il dono di Dio. Fa intravedere e gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera, di tenerezza: Ti darò un’acqua che diventa sorgente! Una specie di superfluo indispensabile.

- Vedo che sei un profeta: uno che sa leggere in profondità i desideri delle persone: e allora dove adorare Dio? Adorare, non trovare, cercare, conoscere, ma adorare che vuol dire baciare. Il desiderio di questa donna è incontrare un Dio che si possa amare e da cui ci si possa sentire amati.

E allora non è più questione di tempio o di monte, ma di Spirito e verità. Lo Spirito è come il vento, è libertà. Dio è libertà, anche di non essere la' dove te lo aspetti ed essere dove non te lo aspetti.

Ma non lo puoi rinchiudere in nessuna religione, istituzione, dottrina, tabernacolo; neppure in nessuna esperienza personale.

La religione non si riduce alla questione di un monte o di altro, di un rito o di altro, di un dogma o di altro…

Dio lo si incontra nella libertà e nella verità. Qualunque cosa si voglia dire di Dio è, e sarà sempre una sottrazione, un togliergli qualcosa. Dio è, e basta. Lo si può incontrare solo togliendosi i sandali, camminando a piedi nudi, con libertà, verità..delicatezza.

Credo potrebbe essere una opportunità per i preti questo digiuno da ogni funzione religiosa. Potrebbe far capire che la fede non dipende da noi preti, dai nostri riti, moralismi, o regole…Non preoccupiamoci di suggerire preghiere. Avremo una quaresima senza Eucarestia: non facciamone un dramma. La samaritana ci invita a correre per le strade, lasciando le brocche di certe sicurezze religiose, e magari scoprire un nuovo modo, personale, familiare e quotidiano di vivere la nostra relazione con Dio. Il tempio vero è il cuore dell’uomo, dove puoi adorare Dio in spirito e verità, al di là dei luoghi fisici e del culto esteriore.

Si tratta di abbattere muri, barriere, disinnescare conflitti. Quando si è stanchi e assetati cadono le barriere lasciando il posto ad una nuova pietà, ad un sentirci accomunati dal dolore da cui scaturisce una nuova fraternità.

Come riconoscere Dio? Come riconoscere un amore vero, da un amore che consuma e si consuma lasciando solo un grande vuoto?

Questa è la domanda conclusiva e definitiva di quella donna e altrettanto definitiva è la risposta di Gesù: "sì, è colui che parla con te!".

E' solo in un dialogo profondo e vero che si incontra Dio, l'altro, l'amore, un incontro capace di superare tutte le distanze.

La persona che non parla di Dio, dell'amore, che non spiega la religione, ma spiega me, dice a me stesso chi sono, questi è la presenza più vera di Dio…E' il segno di un amore che è come una sorgente d'acqua che zampilla, che non si scava, semmai si scopre, ci viene donata.

"Ho trovato un uomo…una donna che mi ha detto chi sono!".

Dio, tu solo sai quanta sete di speranza abbiamo… dacci la forza di abbandonare la zavorra della nostra brocca. Aiutaci a diventare acqua ed energia interiore per superare nell'incontro lo spaesamento della nostra precarietà, le soffocanti solitudini, la frustrazione di una fiducia incerta, che ci allontana da te, da noi stessi, dagli altri.

L'Amazzonia cuore della Terra - 09.03.2020

Si è svolto in ottobre a Roma un sinodo che si è concentrato principalmente sull'Amazzonia.

Sono state ascoltate persone e realtà legate a quel territorio, con la consapevolezza che l'Amazzonia è il cuore della terra.

"L' Amazzonia è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e violenza".

Il grido della terra e il grido dei poveri è diventato un unico grido.

Al termine dei lavori è stata presentata una relazione al papa, sulla quale lui ha preso spunto per un documento finale, sintetizzato in quattro sogni.

- Un sogno sociale: l'Amazzonia non è uno spazio vuoto da occupare, una ricchezza grezza da elaborare, un'immensità selvaggia da addomesticare, mentre gli indigeni sono visti come intrusi o usurpatori. Le storie emerse richiedono il bisogno di indignarsi e chiedere perdono.

- Un sogno culturale: promuovere l'Amazzonia significa fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Farsi carico delle radici. Custodire le radici per sederci a tavola, luogo di conversazione e di speranze condivise.

- Un sogno ecologico: "Siamo acqua, aria, terra e vita dell'ambiente creato da Dio. Devono cessare i maltrattamenti e lo sterminio della Madre terra. La terra ha sangue e si sta dissanguando…" dicono gli indigeni!

In Amazzonia l'acqua è la regina, i fiumi sono le vene, ogni forma di vita origina dall'acqua. Il fiume non separa, ma unisce, aiuta a convivere tra diverse culture. Il suo asse principale è il grande fiume, figlio di molti altri fiumi. Solo la poesia, con l'umiltà della sua voce, potrà salvare questo mondo. L'ambiente come risorsa, rischia di minacciare l'ambiente come "casa".

Si tratta di contemplare l'Amazonia non solo analizzarla; amarla, non solo difenderla, entrare in comunione con la foresta, unire la nostra voce alla sua e trasformarla in preghiera.

Fin qui il papa ha fatto sue tute le istanze del Sinodo. Una certa distanza invece l'ha presa per quanto riguarda il quarto sogno, quello ecclesiale, forse il più atteso, almeno dal mondo cattolico.

Il sinodo parlava di nuovi cammini per la chiesa: una chiesa in uscita, una chiesa samaritana, una chiesa in dialogo interreligioso, una chiesa dal volto indigeno, contadino, e afrodiscendente, una chiesa dal volto giovane.

"Per camminare uniti la chiesa ha bisogno di una conversione sinodale. Sinodalità del popolo di Dio sotto la guida dello Spirito. Con questo orizzonte cerchiamo nuovi cammini ecclesiali, soprattutto nella ministerialità e sacramentalità dal volto amazzonico".

Su ministeri e sacramenti purtroppo l'esortazione del papa si è bloccata, non penso per colpa sua ma delle pressioni esterne.

Non c'è dubbio che la chiesa è una forza profetica nel mondo e potrebbe esserlo ancora di più in un luogo così simbolico e importante per il futuro dell'umanità.

Si presentava l'occasione per un laboratorio estremamente stimolante per una chiesa veramente nuova. Annunciare il vangelo, viverlo in terre e in mezzo a popolazioni indigene libere da ogni condizionamento culturale, legato alla tradizione della chiesa, sarebbe stato una ventata di libertà forse unica.

Sentiamo tutti la fatica di un vangelo che non è più vivo, che non trasmette più gioia, speranza a chi è povero che non dà respiro ai poveri ma che piuttosto ne toglie.

La chiesa ha due forze con cui trasmettere vita: la Parola di Dio e i sacramenti, in particolare quello dell'eucarestia.

Gli Atti degli apostoli, che raccontano come si animava la vita delle prima comunità cristiana, sottolineano spesso che i battezzati, come tali, sacerdoti, re e profeti, erano perseveranti nell'ascoltare la parola di Dio e nello spezzare il pane.

Nel corso dei secoli purtroppo questi compiti sono stati sempre più assorbiti, assunti in forma esclusiva dal clero.

Il ruolo ha preso il sopravvento sul valore della parola e del sacramento.

Per questo sarebbe stato bello se in Amazzonia si fosse aperto una specie di laboratorio di esperienza comunitaria basata sulla comunità e non sul clero.

Ci fu un episodio nel terzo secolo in Spagna quando alcune comunità fecero dimettere i rispettivi vescovi per non aver difeso la fede in un momento di persecuzione.

Dalla discussione nacque un sinodo, indetto da Cipriano, che approvò l'idea secondo cui una comunità poteva eleggere il suo vescovo, come farlo dimettere in caso non ne fosse degno.

In Amazzonia la mancanza di preti impedisce la vita di una comunità. Credo sarebbe opportuno dare valore alla sostanza e non alla forma. Non è automatico che se uno e prete abbia il potere, il diritto di annunciare la Parola di Dio, celebrare l'Eucarestia o il sacramento della confessione.

Io credo che la sostanza sia altra.

La parola di Dio dovrebbe ascoltata dalla bocca di chi Dio ha scelto per parlare, cioè i poveri. E' parola di Dio non se è un prete ad annunciarla, ma se al cuore di un povero suona come una boccata d'aria e suscita speranza.

Il perdono è un compito che Gesù risorto ha affidato a tutti quando dice, "nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati". Non si esercita il sacramento del perdono per avere potere sulle coscienze, ma per liberare le coscienze dai sensi di colpa, dalla paura e da ogni inibizione.

Ma credo che tutto possa ripartire dalla Eucarestia.

Mi piace molto quando si dice che i battezzati si trovavano nelle case a spezzare il pane,

Nella messa diciamo che quel pane è il frutto della terra, il figlio della terra… tutta la terra è come una madre che genera questo figlio, è come un grande albero che produce un frutto che è il pane.

Se l'Amazzonia è il cuore, il grembo della terra, nessuna parte del mondo dovrebbe essere più sacra di quella e nessuno è più sacerdote di coloro che quella terra per milioni di anni hanno custodito, fecondato e fatto germogliare.

E questo va oltre il fatto di essere uomo o donna, sposato o meno.

Spero che i battezzati dell'Amazzonia facciano proprio il sogno di una chiesa che nasce dal popolo, si regge e cresce sul popolo e che quindi non stiano ad aspettare un prete per fare eucarestia, ma si ritrovino nelle case per ascoltare la parola di Dio che risuona nel grido di chi viene cacciato dalla propria terra, e spezzino fra loro il pane come segno di solidarietà con la loro madre terra e con chi l'ha sempre amata.

Riprendo queste riflessioni il 9 marzo, dopo il decreto che blocca tutte le celebrazioni liturgiche…Si invitano persone e famiglie a pregare nelle proprie case…

chissà che non sia l'inizio di un nuovo modo di fare eucarestia o almeno che faccia comprendere ai "sacerdoti" intesi come clero che non sono poi così indispensabili…

Sorrivoli 1 - 9 marzo 2020